Usi,costumi e vecchi sapori di una volta - "Pro Loco Montefalcone"

Medicina e credenze popolari

Medicina e credenze popolari
Molto vi è di comune nella medicina popolare della nostra gente con quella delle altre zone meridionali, ma ricorderò qualche rimedio più caratteristico dele nostre parti, anche perché sono convinto che questi usi sono la conseguenza della miseria e dell'ignoranza; e perché l'una e l'altra tendono a scomparire sia per le tante forme di assistenze sanitarie, sia per lo sviluppo della nostra zona, prima che queste credenze ed usi che hanno sostenuto i nostri avi siano dimenticati del tutto.Qui, come dovunque, la medicina popolare esorbita molto spesso dalle qualità fisiche e chimiche della materia e dalle comuni leggi della biologia e si associa a virtù magiche di cose e persone, a oscuri poteri di parole.A debellare le febbri periodiche, nei prodomi delle stesse si era soliti bere un bicchiere di vino nel quale veniva mescolato del carbone pesto rinvenuto il dieci agosto, dedicato a S.Lorenzo.
Nelle plueriti usavano la fregagione col pollice nel sito del dolore, sino a farlo diventare livido.
Le ferite, le ulcerazioni e le scottature trovavano il loro rimedio nella ragnatela o nella polvere di travi di legno o anche nella cipolla; appena prodotta la ferita, però, bisognava versarvi sopra del vino o urinarvi sopra.
Su queste ferite si usava anche mettere "l'olio insolfato" che si otteneva facedo bruciare dei solfanelli nell'olio da usarsi.
L'urina era ritenuta buon medicamento anche per i geloni e le cefalee, ma doveva essere, in questo caso, urina di neonato.
Se le ferite erano state prodotte dal morso di un cane, bisognava applicarvi sopra dei peli dello stesso cane.
Per l'elmintiasi o verminazione dei fanciulli sospendevano al collo dei medesimi una corona di agli ben mondati e talvolta facevano loro bere il succo dell'aglio pesto con la menta.
Ungevano inoltre l'ombelico con l'olio nel quale avevano fatto bollire la ruta el'incenso.
Nei dolori enterici si prendeva l'ammalato per i piedi e rovesciandolo gli si davano cinque o sette scosse sussultorie.
Nella diarree la testa del caciocavallo arrostita nelle foglie della vite moscatella o anche, in mancanza di questa, il prosciutto arrostito allo stesso modo, erano considerati ottimi antidoti.
Nella malattie delle mammelle, e specie nell'ingorgo, che ancora oggi chiamano comunemente "pelo" si adoperava un pettine di avorio riscaldato.
Per gli accessi, flemoni ed in genere tutti i processi infiammatori estrinsecantesi all'esterno, giovano la cipolla cotta, le foglie di rovo, crusca bruciata e -caratteristico- " 'a racca", cioè lo sporco grasso che si forma nei capelli e " 'a quagliata" specie di grasso che si estrae dal latte.
Tutta l'ortopedia traumatica - e qua bisogna aggiungere che questo è ancora in voga - trovava il suo rimedio nella "stoppata": stoppa intrisa nel bianco d'uovo sbatuto e applicata sulla parte.
Indiscutibilmente un ottimo sistema per l'immobilizzazione; immobilizza la "stoppata" dopo alcuni minuti, così come la fasciatura in gesso. 
Se il processo durava a lungo, allora si ricorreva a qualche esperto, che a qualche esperienza ortopedica aggiunggeva quel tanto di magico con preghiere non rivelabili, da formarsi un'autorità indiscussa e una non comune clientela.
Per le ipoacusie era buono il latte di donna e meglio ancora se madre di una femminuccia; così al Come già s'è potuto notare, è la medicina popolare che passa in medicina eroica senza una netta distinzione.
I dolori addominali venivano ordinariamente "incantati" e si riteneva scomparissero facendo poggiare sull'addome dolorante le mani di un gemello, ma di sesso diverso di colui che soffriva. 
La prevenzione dei dolori addominali, poi, si poteva ottenere portando addosso la "veste" delle serpi.
Molti credevano che l'itterizia fosse determinata da un forte spavento, ma altri asserivano che lo spavento non fosse sufficiente per la sua insorgenza; era necessario, invece, urinare sulla cenere nella quale vi fosse un chiodo arruginito e mentre in cielo era visibile l'arcobaleno:anche per l'itterizia la cura consisteva nel farla incantare.
Se un bambino non muoveva i primi passi, perché affetto da poliomelite o per ritardo dello sviluppo o per qualsiasi altra causa, rimedio effice era ritenuto il "vino ferrato".
Persone esperte immergevano un ferro rovente nel vino recitando delle preghiere; poi il vino veniva somministrato a cucchiai.
Nell'ernia dei ragazzi, nel giorno dell'Annunziata (25 marzo) bisognava dividere una quercia a metà, con taglio perpendicolare, e mantenendo a viva forza disgiunte le parti, far passare per ben tre volte l'ammalato per quella apertura.
Nel tempo che si eseguivano questi tre passaggi, i padrini che invitati erano presenti a quell'atto (condizione indispensabile), recitavano alcune preghiere.
Ciò fatto congiungevano e legavano le parti scisse della pianta, se poi si aveva l'adesione si aveva anche la guarigione, come se non si aveva l'adesione non si aveva neppure la guarigione.
Per le verruche bastava fare un nodo ad un temericio senza estirparlo ed il nodo doveva essere fatto ad insaputa della persona che aveva le verruche e dire per tre volte: "Tammarice, tammarice.., (si diceva il nome dell'ammalato) tè' 'o puorr e nun 'o dice".
Per i porri sulla mano si usava pigliare un cece col pollice ed indice della mano sana e passandolo fra le stesse dita della mano affetta e gettandolo dietro le spalle.
Nel gozzo: si doveva conficcare nell'esofago di un cadavere un ago nella cui cruna passava un filo che veniva legato al collo dell'infermo: si credeva che il gozzo si dileguasse come si dileguavano le forme del corpo morto.
Le emorroidi si potevano guarire e prevenire portando perennemente in tasca " 'na pallottola", cioè una di quelle escresscenze che producono le querce e quasi somiglianti nella forma alle noci.
L'enuresi notturna dei piccoli si curava seguendo ancora le prescrizioni di Plinio il vecchio: facendo mangiare dei topi lessati (urina infantium cohibetur moribus elixis in cibo datis" - Plinio Natur.Hist. XXX, 15-57, 138).
È credenza quasi comune che chi nasce a mezzanotte di Natale diventa "lupo mannaro".
Il lupo mannaro all'avvicinarsi della mezzanotte natalizia, e solo in essa, vaga in cerca d'acqua emettendo urli da lupo ed uccidedo quelli che incontra; capelli e unghie crescono in modo spaventoso.
Questo tipo di licantropia dura otto ore ed il male può guarire se qualcuno riesce a pungere l'ammalato durante l'eccesso con uno spillo, sì da fargli uscire tre gocce di sangue; dovrà poi stringergli la mano e dire: "da oggi siamo compari".
Sembra quasi che nel popolo regni un acerta influenza manicheistica: l'uomo è guidato da una doppia forza; del bene e del male, perciò è necessario che il male venga continuamente ostacolato dal bene e da ciò l'obbligo di dire "abbenerico" (Dio ti benedica) ogni volta che si ammira o si ha rapporto con l'uomo o quanto a lui può appartenere.
La mancanza, anche involontaria, di questa formula fa prevalere le forze del male: l'uomo si ammala, la casa corre pericoli, il lievito non cresce, ogni cosa è minacciata nel bene, viene, come dicono, "presa d'occhio", anche senza l'intenzione di chi ammira.
Che fare quando il "malocchio" si è preso? Si ricorre a chi sa fare il "contruocchio", che formulano preghiere con qualche goccia d'olio in un piatto d'acqua.
È sempre per neutralizzare questa forza maligna che dietro le porte mettono un ferro di cavallo o le corna, ecc.. e per la stessa ragione fanno portare ai bambini particolarmente, più facili al "malocchio" la manina con le dita a forma di corna, il cornetto di corallo o di oro, ecc.
Le persone che fanno il "contruocchio" sono le stesse che "incantano" gli altri malanni: dolori addominali, itterizia, manifestazioni convulsive, ecc. ed ordinariamente si trattava di persone che sfruttando l'ignoranza e la dabbenaggine della gente sapeva trovare una fonte di guadagno nei regali dei pazienti.
Ogni tanto, poi, veniva fuori qualcuno la cui fama in brevissimo tempo si propagava nella zona ed a lui correvano tutti i malati e bastava di tanto in tanto un'apparente guarigione strepitosa - e di forme isteriche e simulative non ne mancavano - li faceva mantenere sulla cresta dell'onda.
A questi operatori del bene si opponevano gli operatori del male: le streghe e le "jamare".
Le streghe erano d'importazione beneventana e nella nostra zona della Valfortore erano le stesse: si riunivano al sabato sotto il noce di Benevento per le loro danze e le loro magie,   indi a cavallo di una scopa volavano ovunque, portando la loro opera malefica.
Anche qua ci si difendeva mettendo dietro la porta la scopa o un sacchetto di miglio, perché le streghe prima di entrare avrebbero dovuto contare tutti i fili della scopa o i chicchi di miglio e così sarebbepassata la notte, unico tempo in cui potevano agire.
Le "janare", invece, erano tipicamente locali.
Molti le identificano con le streghe, ma la loro caratteristica specifica era quella di fare le "fatture".
Ognuna poteva diventare "janara" purchè fosse andata tre volte a mezzanotte al cimitero a prendere qualche osso di scheletro umano e in più qualche osso di bimbo morto senza battesimo.
Bisognava poi polverizzare con riti segreti, rivelabili solo da altre janare, questa polvere veniva poi gettata addosso alla persona a cui si voleva fare la fattura e per poterne guarire era necessario l'intervento di altra janara.
Le donne, allorché per qualsiasi incidente si trovavano i capelli in disordine (e molte volte questo si attribuiva alle janare), nel rifarsi le trecce non potevano toccare cibo di sorta, perché se maritate, si credeva, avrebbero perduto il marito, se nubili il fidanzato.
Le donne incinte non potevano toccare ortaggio, né cotto, né crudo dal primo al secondo vespro dell'Annunziata (dal pomeriggio del 24 al pomeriggio del 25 marzo); se l'avessero fatto il figlio sarebbe nato ricoperto di piaghe.
Se camminando si fosse rinvenuto un tizzone estinto, non bisognava portarlo al proprio focolare: avrebbe provocato la morte del capofamiglia.
All'avvicinarsi della morte il segno era dato dal canto della civetta, che portava male dove guardava e bene dove si posava.
Ma se il popolo aveva trovato la previsione della morte, non aveva però trascurato ciò che prevedesse la vita ed era ricorso per questo a S. Giovanni. 
Nel giorno della sua festa (24 giugno) le ragazze particolarmente versavano del piombo fuso in un recipiente contenente acqua di fiume: dalla forma assunta dal piombo consolidato vedevano uno strumento che avrebbe indicato il lavoro del futuro marito;   ma prima di questo, alla sera della vigilia, si metteva alla finestra un bicchiere con la chiara d'uovo ed al mattino (naturalmente non mancava quel pizzico di fantasia!) vi scorgevano un segno del futuro; se poi il futuro era già speranza e si voleva solo la conferma alla relaizzazione,   si piantava,   sempre alla sera della vigilia di S. Giovanni, un fiore di cardo con "la grossa chierica" (corolla e corona) dopo averne bruciato i petali: se quelli crescevano durante la notte la speranza si avverava, altrimenti la speranza non si realizzava.
Le spose andando in chiesa a celebrare il matrimonio si guardavano bene dal toccare la soglia della porta della chiesa, perch sarebbero andate soggette alla fattura o al malocchio, perciò la scavalcavano e per lo stesso motivo non pigliavano l'acqua benedetta,   né passavano sopra le sepolture.
Per la stessa ragione, ancora, quando si "faceva il letto della sposa" mettevano sotto il materasso un paio di forbici aperte e legate con un nastro nero.
Bisognava anche essere accorti a prevenire la sfortuna, perciò la sapienza popolare insegnava: "Di venere e di marte (venerdì e martedì) non si sposa né si parte, né si dà principio all'arte (non si inizia).
 Si prevedeva ancora l'abbondanza o meno del raccolto osservando chi fosse per primo entrato in chiesa dopo il vangelo della Messa della festa della Candelora (festa della Purificazione: 2 febbraio). 
Se fosse stato un ricco il raccolto sarebbe stato abbondante (buon'annata), viceversa se un povero.
Per "Medicina e credenze popolari" mi sono servito, oltre quello che ho potuto apprendere dagli anziani di Montefalcone, di quanto ha riportato F. Cirelli ne "Il Regno delle due Sicilie" e della "Demoiatrica nel Valfortore" del Dr. R. Zeppa.



Usi

Usi
I tempi sono cambiati ed è cambiato anche il modo di vivere nella nostra terra: il rumore delle automobili e motorette rompe il silenzio delle nostre strade e rende pericoloso il cammino ai vecchietti che ancora in gruppi si recano a "pigliare il sole" e vivere il senso di amicizia al "girone di Vincenzo" e ai nostri giovani che, specialmente nei pomeriggi festivi, allietano le nostre strade col loro passeggio.
D'estate non manca il rumore delle trebbie o delle macchine che sgranano pannocchie: è arrivato un alito di civiltà anche sui nostri monti ed è nato quasi un paese nuovo, non solo nella configurazione topografica, ma anche nel modo di vivere, ed è morto quello vecchio di secoli fatto di semplicità, di affettuosità, di tradizione, di superstizione anche, ma tanto caro al nostro cuore.
È stato questo che ci ha indotti, prima che se ne perdesse la memoria, a farlo rivivere nei nostri appunti, a ricordare quel genere di vita arcaica che aveva uno stretto vincolo di continuità col passato e quella mancanza di evoluzione, se da una parte manteneva un senso di povertànella nostra gente, dall'altra conservava pure qualcosa addirittura di subblime: il senso della fraternità: il dolore di uno era il dolore di tutti, al lutto di una famiglia partecipava l'intero popolo; ci si scambiava il lievito, ci si prestava il pane: eravamo una sola famiglia ed il forestiero che arrivava da noi era degno di ogni rispetto, perché l'ospite era sacro.
Nel paese l'uomo sente e vive il senso dell'umanità, non si sente solo, ed anche se le città possono dare il benessere, il paese dà la vita.
Le azioni più comuni del lavoro abituale si ripetevano in un'atmosfera che aveva qualcosa di arcano:il grano era trebbiato dai muli che trascinavano per l'aia una grossa pietra che stritolava le spighe, che si battevano poi con dei bastoni snodati "i ruvielli" ed indi tolta la paglia, con pale (ordinariamente di legno) e forconi si lanciava in aria il grano, perché il vento portasse via le pagliuzze:si "ventilava" ed infine il crivello eseguiva l'ultima operazione di pulitura.
Le pannocchie di granoturco venivano egualmente scartocciate sulle aie, e spesso si eseguiva questo lavoro nelle notti di luna che diventavano più romantiche, perché allietate dal canto corale di contadini e contadinelle.
Il pane era impastato "ammassato" in casa in tutte le famiglie; passava poi, come lieta svegliarina la fornaia "a cummannà" cioè a dire che il forno era pronto e le nostre donne portavano ai forni pubblici, riscaldati a paglia, su grosse tavole le forme di pasta e ognuno che le incontrava non mancava di rivolgerle l'augurale saluto:"S.Martin" perché il pane lievitasse e venisse saporito.
Ora tutto questo è finito e con esso un poco del'anima della nostra gente ed il ricordarlo è come fare un tuffo nel passato e rincontrare il volto delle persone care.
L' innalzamento del livello culturale, i mass-media, l'emigrazione e quel poco di turismo che qua si effettua, hanno portato nel nostro popolo gli usi degli altri ed hanno trasformato o fatto scomparire i nostri usi caratteristici.
Prima che scompaiano o si dimenticano completamente, pensiamo di ricordarne qualcuno.

Matrimoni

Matrimoni
Stabilito il matrimonio, il fidanzato donava alla fidanzata un paio di scarpe con fibbie d'argento, un paio di calze di lana di colore scarlatto, una rete di seta con un nastro del medesimo colore (quella per la "carpia"), un filo di globetti d'oro ad uso di monile ed una spilla d'argento.
Nel giorno del matrimonio, la sposa, uscendo dalla casa paterna, doveva portare le mani incrociate sul petto fino a che non fosse entrata nella casa del suo nuovo destino.
Gli sposi dovevano ascoltare la Messa nuziale genuflessi ai piedi dell'altare e con in mano un cero acceso.
Giunti poi nella nuova casa, i parenti e gli amici versavano addosso agli sposi grano, ceci e granone come augurio di abbondanza e per la stessa ragione si lanciava grano e confetti durante il corteo dalla chiesa alla casa.
Un altro uso che ha resistito al tempo, ma che ora va scomparendo, era il corteo per "portare i panni".
Alcuni giorni prima del matrimonio, nella casa della sposa si esponeva il corredo e si invitavano le amiche a "visitarlo"; il giorno prima poi le amiche della sposa trasferivano il corredo dalla casa della sposa alla nuova casa nella quale andavano ad abitare.
Era un lungo corteo di donne in fila indiana che recavano sulla testa ceste contenenti i vari capi di biancheria.
Nello stesso giorno, poi, si preparava il letto nuziale.
Nel pomeriggio, in gruppi separati, la sposa con giovani amiche e parenti dello sposo, lo sposo con giovani amici e parenti della sposa, il padre della sposa e dello sposo, la madre della sposa e dello sposo si recavano da amici e parenti per invitarli alla festa nuziale.
Al corteo nuziale era la sposa che apriva il corteo al braccio del padrino di battesimo dello sposo, seguiva lo sposo con al braccio la madrina di battesimo della sposa, i due padrini erano i testimoni di nozze.
L'anello nuziale veniva donato dal compare (compare d'anello).
Siccome molto spesso il matrimonio era l'unica occasione di poter mangiare e bere a sazietà, accadevano di frequente episodi spassosi che riempivano la cronaca e formavano "i fatti" da raccontare con gli amici.

Festività

Festività
 
Nella notte di Natale, allorché il Bambino Gesù veniva portato al presepe, come pure il giorno dell'Epifania, quando si riportava dal presepe all'altare maggiore per il bacio dei fedeli, a portare l'ombrello e i ceri accesi erano i contadini che dovevano però indossare "'u pelliccione", consistente in un giaccone di pelle di pecora, bianco, senza maniche e lungo fino al poplite e che ordinariamente, i pastori confezionavano essi stessi.
Neppure la prima dignità del paese o la nobiltà poteva essere ammessa al sacro rito del bacio se prima ciò non fosse stato eseguito dai pastori in "pelliccione".
Si ripeteva la scena evangelica degli umili ammessi per primi ad adorare il Verbo incarnato.
La festa veniva preceduta dalla rituale novena, durante la quale gli zampognari giravano per le case dei devoti a suonare dinanzi al presepe.
La sera dell'antivigilia si friggevano le tradizionali "zeppole", la prima delle quali doveva essere a forma di croce.
Più mistica la giornata della vigilia, durante la quale si osservava il più rigoroso digiuno e mentre le donne preparavano la cena, che non dovevano assolutamente essere preparata la cena, che non doveva assolutamente essere preparata con grassi o carne, gli uomini preparavano il "cioccaro" o ceppo di Natale, che doveva essere abbastanza grande da poter essere acceso la sera della vigilia e quella dell'ultimo dell'anno.
Dopo la cena non si andava a letto prima della mezzanotte, anche se non si andava a Messa, e per onorare Gesù Bambino e perché si scongiuravano i pericoli del "lupo mannaro".
In quelle ore serali della vigilia si cercava di conoscere se e in quale mese dell'anno il grano avesse subito aumento di prezzo. 
Su un mattone infuocato si ponevano dei chicchi di grano per ogni mese dell'anno, quel chicco che per il colore saltava più lontano indicava il mese, e secondo la distanza anche più o meno il rincaro.
Nella notte della vigilia, inoltre, e solo in essa, era possibile insegnare ed imparare le formule e le cerimonie degli "inciarmi", degli incantesimi e di ogni altra stregoneria.

Danze

Danze
 
Un'altra usanza in voga a Montefalcone, e poi finita completamente, era quella del ballo popolare all'aperto, specie durante le festività della Madonna del Carmine.
I popolani di ambo i sessi, sul piano erboso antistante la chiesa del Carmine, al suono di pifferi e tamburi intrecciavano danze che, in ebbrezza sempre crescente, diventavano sempre più smodate, e si ricorda a tal proposito che l'Ordinario diocesano avendo constatato il tralignare di questa usanza, nel 1712 la proibì e comminò la scomunica "latae sententiae" a coloro che vi partecipavano. 
Il popolo dinanzi a simile provvedimento, con un memoriale in difesa di tale popolare usanza, ricorse al Metropolita perché abolisse tale pena; il tempo poi fece il resto, perché tale usanza andò mano mano diminuendo, fino a scomparire completamente.
Ora vi resta, perché fatta rivivere da un gruppo di giovani costituitisi prima nell'associazione "Comunità" e poi in "Pro loco" solo la sagra del 15 agosto in cui si conserva il tipico folclore paesano in onore dei villeggianti e dei paesani emigrati, che rientrano per le ferie.
La gioventù sfoggia il caratteristico costume e allieta le serate con canti e balli tradizionali.
Il 17 gennaio - festa di S.Antonio Abate - dopo la benedizione, ricevuta al largo Arena, mentre tanti bambini stringevano tra le braccia le gallinelle infiocchettate, cavalli. muli ed asini,   dopo i tre giri intorno al Santuario, partivano al galoppo fino alla "Croce". 
Erano specialmente i giovani contadini a dare dimostrazione della loro valentia e temerarietà, specie per le loro ragazze che ammiravano e applaudivano tra la folla degli spettatori.
Per le via si accendevano grandi fuochi, che dovevano durare fino a notte alta, quando la gente del vicinato, che aveva contribuito a dare la legna, dopo la recita del rosario, consumava patate o cereali messi a cuocere accanto ad esse e portava in casa, in segno di propiziazione contro gli incendi, un poco di quella bracia.

Funerali

Funerali
 
Appena morto un individuo, accorrevano i parenti e gli amici e ne piangevano in coro la dipartita.
Il pianto era una specie di cantilena, con la quale esprimendo il proprio dolore, facevano le lodi dell'estinto, pregandolo che recasse i loro saluti ai cari trapassati, facendo presente il loro dolore.
Le vedove potevano piangere il loro marito solo se non si fossero rimaritate, altrimenti sarebbe stata un'onta al marito vivente; se fosse morto pure il secondo marito potevano dirigere i loro lamenti al primo marito.
Durante il corteo funebre, le donne, come una volta le prefiche, continuavano questa cantilena.
Nella casa dell'estinto, poi,   per otto giorni, durante i quali i congiunti non potevano uscire, non si accendeva il fuoco ed il pranzo " 'u cuonzuol" veniva portato dai parenti o amici. Inutile dire che molte volte i "conzuoli" si trasformavano in veri e propri banchetti.
Un riemergere spontaneo del mondo classico che celebrava con lauti banchetti i riti funebri: la vita riprendeva il suo corso e il suo sopravvento.

Il 1° Maggio

Il 1° Maggio
 
Un altro uso che ancora esiste, e che è addirittura di richiamo a diversi montefalconesi che vivono lontano, e che ci auguriamo resista, è la processione al Santuario del Carmine la mattina del I Maggio.
Le manifestazioni del Calendimaggio ormai sono diffuse dappertutto, ma quassù assumono un carattere tutto spirituale e si rifanno ai tempi in cui la chiesetta rimaneva fuori le mura del paese e dopo la stagione invernale si riapriva al culto.
Durante la notte dal 30 Aprile al I Maggio gruppi di persone girano per le strade del paese recando in mano candele accese e cantando:
Venite cristiani e popolo 'r Dio
venite a visità Maria
ch'è la Madre di Gesù.
Pe’ mare e pe’ terra
pe numinata và
Santa Maria ru Monte Carmelo
nuje la jame a visità.
       
…frattanto mentre passano, altri si uniscono al gruppo. 
È uno spettacolo sublime vedere tante fiammelle nella notte che da ogni strada affluiscono alle piazzette e ascoltare quel canto!
Ci si riunisce poi tutti nella chiesa di S. Maria dove si canta il Rosario ed indi si va tutti al Carmine, ma prima di entrare in chiesa vi si gira tre volte intorno in atto penitenziale e poi tutti ad ascoltare la Messa.
È una manifestazione di fede che solo quassù si sa vivere, dove il popolo semplice, nella tradizione dei padri, trova gli ideali di vita per unire presente e passato e trovare la forza per vivere di onestà e lavoro.

Vecchi sapori

Vecchi sapori
Fasule è ccòteche
(Fagioli e cotenne di maiale)

In una pignata di terracotta mettete insieme fagioli e cotiche (vanno bene anche il muso,le orecchie o i piedi del maiale) con acqua. Mettete la pignata vicino alla brace del caminetto (non avete il caminetto? Peccato la ricetta non è per voi!). Quando la pignata incomincia a “quaquattiàre”, increspate e aggiungete acqua calda fino alla cottura (quando la pignata “squaquareglia”, non prendete sonno.) Salate, aggiungete olio di oliva crudo e, se preferite, una cipolla affettata. Effetti collaterali: fa quaquattiàre l'intestino rumorosamente. 

 

Pettele e vrucchele c'a scardelle

(Tagliatelle fatte in casa e broccoli con pancetta)

Scaldate, in abbondante acqua, i broccoli portandoli a mezza cottura Preparate una “laghene” con farina tipo “semola; tagliatela a mo' di rombi (possibilmente con lato di cm 5),lasciatela asciugare. Tagliate a “vricce re vianove” la pancetta, mettetela in un tegame aggiungendo quattro cucchiai d'olio, il peperoncino e l'aglio. Cuocete le “pettele” a mezza cottura e aggiungete i broccoli. Fate cuocere al dente. Salate il sughetto allungandolo con l'acqua della cottura e buttatelo sulle “pettele”. Sciusciate (soffiate) perché “cociene” (scottano.)

 

I ziti ra zita

(Ziti della…… sposa)

Pasta: maccheroni”ziti” spezzati con le mani(non buttate le “ rumasuglje” ( i pezzettini piccoli della rottura) In un “tiano” (tegame) con poco olio fate soffriggere i “pezzulli” del “cacchio di sausicchia” paesana (lunghezza minima cm 8) Aggiungete la salsa di pomodoro. Da parte avete ridotto il lardo a dadini:mettetelo sul tagliere insieme ad aglio tritato e tanto prezzemolo. Battete ed amalgamate il tutto versandolo nel “tiano”. Salate e fate cuocere a fuoco lento. Cuocete i “ziti” al dente e conditeli con un buon “cuppino” di sugo e tanto pecorino. A me fate per ultimo il piatto……..mi piacciono le “rumasuglje”.

 

Tagliatelle al ragù
 

Ingredienti: tagliatelle all'uovo,carne di maiale,”Tracchiolelle di maiale”,lardo,aglio,cipolla,salsa di pomodoro,prezzemolo,sale,peperoncino,olio,pecorino o parmigiano ( le quantità variano a seconda degli…ospiti) Tritate finemente la cipolla e riducete a “scardella” il lardo; ponete il tutto in un “tiano” insieme all'olio. Fate soffriggere, a fuoco lento e a recipiente coperto, finchè la cipolla incomincerà a imbiondire, a questo punto, scoprite il recipiente, e fate rosolare bagnando di tanto in tanto con il vino e mescolando con un cucchiaio di legno. Quando le “scardelle” diventeranno rosse ,con una “ schiumarella” togliete le “cicule” e la cipolla dal “tiano” e conservare. Unite la carne e le “tracchiulelle” e fate soffriggere per circa 15 minuti rimescolando di tanto in tanto. A questo punto, aggiungete la salsa di pomodoro, il prezzemolo,il peperoncino e l'aglio tritato; salate e aggiungete un cucchiaio di zucchero. Coprite il tutto e fate cuocere a fuoco lento per circa due ore. A questo punto sedetevi,tagliate un “crocco” di pane e fate colazione con le “cicule” e le cipolle soffritte che avete conservato prima. Scolate le tagliatelle al dente ,conditele con il ragù e con una “nevicata” di formaggio. Effetti collaterali:i sugo non fatelo con “maestria”; rischiate di avere ospiti a casa tutti i giorni.


 

A farnat ca sausicchje o cu fegate ru puorch

( Polenta con salsiccia o con fegato di maiale)

Ingredienti: farina gialla o di semola ,“ pezzulli” di salsiccia e “a c'mposta” (fegato di maiale con sugna” In un “carciatiello” (pentola in rame di media dimensione) fate bollire l'acqua. Prendete la farina a “pugni”e buttatela nell'acqua a pioggia girandola in continuazione in senso orario (è importante), con un cucchiaio di legno, fino ad ottenere una “farnata” bene amalgamata. In una “frassora”(padella con manico) mettete a friggere l'olio di oliva, l'aglio,la salsiccia o “a c'mposta”. Aggiungete qualche pelato schiacciato,sale e peperoncino e fate cuocere. Prendete dal “carcatiello”la “farnata” con la “scumarella” ponendola nel piatto “a strati” alternando con due cucchiai di sughetto. Ultimo strato: sugo abbondante e “casatiello” (ricotta salata grattugiata) Detto montefalconese: “ a pulent prime t'abbotte e po' t'allente” ( La polenta prima ti gonfia e poi ti alleggerisce).

 

Pane ccuotte chi patane

(Pan cotto con patate)

Ingredienti: pane raffermo o “tuosto”,patate,aglio olio e peperoncino (le quantità variano a secondo degli…ospiti) Riducete il pane “tuosto” a fette . Sbucciate le patate ,tagliatele a listelli e fate cuocere in abbondante acqua. Quando son quasi cotte, aggiungete il pane e fate cuocere. Da parte fate soffriggere in abbondante olio di oliva, l'aglio e il peperoncino, aggiungendo un po' di acqua della cottura e del sale. Scolate il tutto rimettendolo nella pentola e sul fuoco insieme all'aglio,peperoncino e all'olio. Mescolate fortemente con un cucchiaio di legno fino ad avere un effetto ben amalgamato. Effetti collaterali: vi sentirete abbuffati ma ….digiuni.( vi consigliamo ,dopo,di farvi uno spaghetto aglio,olio e peperoncino)