Molto vi è di comune nella medicina popolare della nostra gente con quella delle altre zone meridionali, ma ricorderò qualche rimedio più caratteristico dele nostre parti, anche perché sono convinto che questi usi sono la conseguenza della miseria e dell'ignoranza; e perché l'una e l'altra tendono a scomparire sia per le tante forme di assistenze sanitarie, sia per lo sviluppo della nostra zona, prima che queste credenze ed usi che hanno sostenuto i nostri avi siano dimenticati del tutto.Qui, come dovunque, la medicina popolare esorbita molto spesso dalle qualità fisiche e chimiche della materia e dalle comuni leggi della biologia e si associa a virtù magiche di cose e persone, a oscuri poteri di parole.A debellare le febbri periodiche, nei prodomi delle stesse si era soliti bere un bicchiere di vino nel quale veniva mescolato del carbone pesto rinvenuto il dieci agosto, dedicato a S.Lorenzo.
Nelle plueriti usavano la fregagione col pollice nel sito del dolore, sino a farlo diventare livido.
Le ferite, le ulcerazioni e le scottature trovavano il loro rimedio nella ragnatela o nella polvere di travi di legno o anche nella cipolla; appena prodotta la ferita, però, bisognava versarvi sopra del vino o urinarvi sopra.
Su queste ferite si usava anche mettere "l'olio insolfato" che si otteneva facedo bruciare dei solfanelli nell'olio da usarsi.
L'urina era ritenuta buon medicamento anche per i geloni e le cefalee, ma doveva essere, in questo caso, urina di neonato.
Se le ferite erano state prodotte dal morso di un cane, bisognava applicarvi sopra dei peli dello stesso cane.
Per l'elmintiasi o verminazione dei fanciulli sospendevano al collo dei medesimi una corona di agli ben mondati e talvolta facevano loro bere il succo dell'aglio pesto con la menta.
Ungevano inoltre l'ombelico con l'olio nel quale avevano fatto bollire la ruta el'incenso.
Nei dolori enterici si prendeva l'ammalato per i piedi e rovesciandolo gli si davano cinque o sette scosse sussultorie.
Nella diarree la testa del caciocavallo arrostita nelle foglie della vite moscatella o anche, in mancanza di questa, il prosciutto arrostito allo stesso modo, erano considerati ottimi antidoti.
Nella malattie delle mammelle, e specie nell'ingorgo, che ancora oggi chiamano comunemente "pelo" si adoperava un pettine di avorio riscaldato.
Per gli accessi, flemoni ed in genere tutti i processi infiammatori estrinsecantesi all'esterno, giovano la cipolla cotta, le foglie di rovo, crusca bruciata e -caratteristico- " 'a racca", cioè lo sporco grasso che si forma nei capelli e " 'a quagliata" specie di grasso che si estrae dal latte.
Tutta l'ortopedia traumatica - e qua bisogna aggiungere che questo è ancora in voga - trovava il suo rimedio nella "stoppata": stoppa intrisa nel bianco d'uovo sbatuto e applicata sulla parte.
Indiscutibilmente un ottimo sistema per l'immobilizzazione; immobilizza la "stoppata" dopo alcuni minuti, così come la fasciatura in gesso.
Se il processo durava a lungo, allora si ricorreva a qualche esperto, che a qualche esperienza ortopedica aggiunggeva quel tanto di magico con preghiere non rivelabili, da formarsi un'autorità indiscussa e una non comune clientela.
Per le ipoacusie era buono il latte di donna e meglio ancora se madre di una femminuccia; così al Come già s'è potuto notare, è la medicina popolare che passa in medicina eroica senza una netta distinzione.
I dolori addominali venivano ordinariamente "incantati" e si riteneva scomparissero facendo poggiare sull'addome dolorante le mani di un gemello, ma di sesso diverso di colui che soffriva.
La prevenzione dei dolori addominali, poi, si poteva ottenere portando addosso la "veste" delle serpi.
Molti credevano che l'itterizia fosse determinata da un forte spavento, ma altri asserivano che lo spavento non fosse sufficiente per la sua insorgenza; era necessario, invece, urinare sulla cenere nella quale vi fosse un chiodo arruginito e mentre in cielo era visibile l'arcobaleno:anche per l'itterizia la cura consisteva nel farla incantare.
Se un bambino non muoveva i primi passi, perché affetto da poliomelite o per ritardo dello sviluppo o per qualsiasi altra causa, rimedio effice era ritenuto il "vino ferrato".
Persone esperte immergevano un ferro rovente nel vino recitando delle preghiere; poi il vino veniva somministrato a cucchiai.
Nell'ernia dei ragazzi, nel giorno dell'Annunziata (25 marzo) bisognava dividere una quercia a metà, con taglio perpendicolare, e mantenendo a viva forza disgiunte le parti, far passare per ben tre volte l'ammalato per quella apertura.
Nel tempo che si eseguivano questi tre passaggi, i padrini che invitati erano presenti a quell'atto (condizione indispensabile), recitavano alcune preghiere.
Ciò fatto congiungevano e legavano le parti scisse della pianta, se poi si aveva l'adesione si aveva anche la guarigione, come se non si aveva l'adesione non si aveva neppure la guarigione.
Per le verruche bastava fare un nodo ad un temericio senza estirparlo ed il nodo doveva essere fatto ad insaputa della persona che aveva le verruche e dire per tre volte: "Tammarice, tammarice.., (si diceva il nome dell'ammalato) tè' 'o puorr e nun 'o dice".
Per i porri sulla mano si usava pigliare un cece col pollice ed indice della mano sana e passandolo fra le stesse dita della mano affetta e gettandolo dietro le spalle.
Nel gozzo: si doveva conficcare nell'esofago di un cadavere un ago nella cui cruna passava un filo che veniva legato al collo dell'infermo: si credeva che il gozzo si dileguasse come si dileguavano le forme del corpo morto.
Le emorroidi si potevano guarire e prevenire portando perennemente in tasca " 'na pallottola", cioè una di quelle escresscenze che producono le querce e quasi somiglianti nella forma alle noci.
L'enuresi notturna dei piccoli si curava seguendo ancora le prescrizioni di Plinio il vecchio: facendo mangiare dei topi lessati (urina infantium cohibetur moribus elixis in cibo datis" - Plinio Natur.Hist. XXX, 15-57, 138).
È credenza quasi comune che chi nasce a mezzanotte di Natale diventa "lupo mannaro".
Il lupo mannaro all'avvicinarsi della mezzanotte natalizia, e solo in essa, vaga in cerca d'acqua emettendo urli da lupo ed uccidedo quelli che incontra; capelli e unghie crescono in modo spaventoso.
Questo tipo di licantropia dura otto ore ed il male può guarire se qualcuno riesce a pungere l'ammalato durante l'eccesso con uno spillo, sì da fargli uscire tre gocce di sangue; dovrà poi stringergli la mano e dire: "da oggi siamo compari".
Sembra quasi che nel popolo regni un acerta influenza manicheistica: l'uomo è guidato da una doppia forza; del bene e del male, perciò è necessario che il male venga continuamente ostacolato dal bene e da ciò l'obbligo di dire "abbenerico" (Dio ti benedica) ogni volta che si ammira o si ha rapporto con l'uomo o quanto a lui può appartenere.
La mancanza, anche involontaria, di questa formula fa prevalere le forze del male: l'uomo si ammala, la casa corre pericoli, il lievito non cresce, ogni cosa è minacciata nel bene, viene, come dicono, "presa d'occhio", anche senza l'intenzione di chi ammira.
Che fare quando il "malocchio" si è preso? Si ricorre a chi sa fare il "contruocchio", che formulano preghiere con qualche goccia d'olio in un piatto d'acqua.
È sempre per neutralizzare questa forza maligna che dietro le porte mettono un ferro di cavallo o le corna, ecc.. e per la stessa ragione fanno portare ai bambini particolarmente, più facili al "malocchio" la manina con le dita a forma di corna, il cornetto di corallo o di oro, ecc.
Le persone che fanno il "contruocchio" sono le stesse che "incantano" gli altri malanni: dolori addominali, itterizia, manifestazioni convulsive, ecc. ed ordinariamente si trattava di persone che sfruttando l'ignoranza e la dabbenaggine della gente sapeva trovare una fonte di guadagno nei regali dei pazienti.
Ogni tanto, poi, veniva fuori qualcuno la cui fama in brevissimo tempo si propagava nella zona ed a lui correvano tutti i malati e bastava di tanto in tanto un'apparente guarigione strepitosa - e di forme isteriche e simulative non ne mancavano - li faceva mantenere sulla cresta dell'onda.
A questi operatori del bene si opponevano gli operatori del male: le streghe e le "jamare".
Le streghe erano d'importazione beneventana e nella nostra zona della Valfortore erano le stesse: si riunivano al sabato sotto il noce di Benevento per le loro danze e le loro magie, indi a cavallo di una scopa volavano ovunque, portando la loro opera malefica.
Anche qua ci si difendeva mettendo dietro la porta la scopa o un sacchetto di miglio, perché le streghe prima di entrare avrebbero dovuto contare tutti i fili della scopa o i chicchi di miglio e così sarebbepassata la notte, unico tempo in cui potevano agire.
Le "janare", invece, erano tipicamente locali.
Molti le identificano con le streghe, ma la loro caratteristica specifica era quella di fare le "fatture".
Ognuna poteva diventare "janara" purchè fosse andata tre volte a mezzanotte al cimitero a prendere qualche osso di scheletro umano e in più qualche osso di bimbo morto senza battesimo.
Bisognava poi polverizzare con riti segreti, rivelabili solo da altre janare, questa polvere veniva poi gettata addosso alla persona a cui si voleva fare la fattura e per poterne guarire era necessario l'intervento di altra janara.
Le donne, allorché per qualsiasi incidente si trovavano i capelli in disordine (e molte volte questo si attribuiva alle janare), nel rifarsi le trecce non potevano toccare cibo di sorta, perché se maritate, si credeva, avrebbero perduto il marito, se nubili il fidanzato.
Le donne incinte non potevano toccare ortaggio, né cotto, né crudo dal primo al secondo vespro dell'Annunziata (dal pomeriggio del 24 al pomeriggio del 25 marzo); se l'avessero fatto il figlio sarebbe nato ricoperto di piaghe.
Se camminando si fosse rinvenuto un tizzone estinto, non bisognava portarlo al proprio focolare: avrebbe provocato la morte del capofamiglia.
All'avvicinarsi della morte il segno era dato dal canto della civetta, che portava male dove guardava e bene dove si posava.
Ma se il popolo aveva trovato la previsione della morte, non aveva però trascurato ciò che prevedesse la vita ed era ricorso per questo a S. Giovanni.
Nel giorno della sua festa (24 giugno) le ragazze particolarmente versavano del piombo fuso in un recipiente contenente acqua di fiume: dalla forma assunta dal piombo consolidato vedevano uno strumento che avrebbe indicato il lavoro del futuro marito; ma prima di questo, alla sera della vigilia, si metteva alla finestra un bicchiere con la chiara d'uovo ed al mattino (naturalmente non mancava quel pizzico di fantasia!) vi scorgevano un segno del futuro; se poi il futuro era già speranza e si voleva solo la conferma alla relaizzazione, si piantava, sempre alla sera della vigilia di S. Giovanni, un fiore di cardo con "la grossa chierica" (corolla e corona) dopo averne bruciato i petali: se quelli crescevano durante la notte la speranza si avverava, altrimenti la speranza non si realizzava.
Le spose andando in chiesa a celebrare il matrimonio si guardavano bene dal toccare la soglia della porta della chiesa, perch sarebbero andate soggette alla fattura o al malocchio, perciò la scavalcavano e per lo stesso motivo non pigliavano l'acqua benedetta, né passavano sopra le sepolture.
Per la stessa ragione, ancora, quando si "faceva il letto della sposa" mettevano sotto il materasso un paio di forbici aperte e legate con un nastro nero.
Bisognava anche essere accorti a prevenire la sfortuna, perciò la sapienza popolare insegnava: "Di venere e di marte (venerdì e martedì) non si sposa né si parte, né si dà principio all'arte (non si inizia).
Si prevedeva ancora l'abbondanza o meno del raccolto osservando chi fosse per primo entrato in chiesa dopo il vangelo della Messa della festa della Candelora (festa della Purificazione: 2 febbraio).
Se fosse stato un ricco il raccolto sarebbe stato abbondante (buon'annata), viceversa se un povero.
Per "Medicina e credenze popolari" mi sono servito, oltre quello che ho potuto apprendere dagli anziani di Montefalcone, di quanto ha riportato F. Cirelli ne "Il Regno delle due Sicilie" e della "Demoiatrica nel Valfortore" del Dr. R. Zeppa.