Storia del Castello Marchesale - "Pro Loco Montefalcone"

Descizione CASTELLO MARCHESALE (da Storia di un Feudo del Fortore - prof. Cosimo Nardi)

Descizione CASTELLO MARCHESALE (da Storia di un Fe...

“Descrizione del Palazzo Marchesale"
 Il Palazzo Marchesale di detta terra va sotto la denominazione di Castello; ed infatti il sito, e la grossezza delle mura indicano esser stata fabbricata a tale uso addetta. Egli è posto in mezzo di detta Terra in luogo eminente, e piantato su di un sasso di pietra non molto consistente; componesi di membri inferiori e superiori, e la sua particolar descrizione è come segue.
Sull’aspetto di settentrione trovasi un vano arcato privo di chiusura, e mercé un piano inclinato di brecce vive poste in calce, s’impiana in un ballatojo, donde rivoltando sulla destra ascendendo incontrasi un secondo vano verso l’aspetto di levante a mezzo giorno con chiusura di legname, per il quale si entra nel cortile di detto Palazzo. A sinistra di detto cortile vi è un vano quadro con chiusura di legname, per la quale si entra in una stalla coverta a tetto capace di otto cavalli; nel lato destro di esso trovasi un vano, per cui si passa in un’altra piccola stalla capace di un solo cavallo, la quale con altra Porta si esce fuori il detto cortile; sopra della prima stalla vi è la pagliera con pavimento di legname, e vano verso il detto Cortile.
Dopo la descritta stalla, trovasi nel medesimo laterale un altro vano per lo quale si entra in una camera terrena; ella è coperta a travi da sei balere per lungo, e sette travi con tarsenale, tiene finestrino con cancella di ferro, ha il lastrico calpestato di brecce vive piane, a commesse. Ritornando nel Cortile, con altro vano sul medesimo laterale si discende con tre scalini in una cantina, divisa in due vuoti per mezzo di un partimento di fabbrica, e vi è la comunicativa mercé un vano. Il primo vuoto è coverto a travi da sei balere, e sette travi con tarsenale, ed il secondo da sette balere con tarsenale; tiene piccolo lume con cancella di ferro. In un angolo di detto secondo vuoto vi è vano per ove si passarebbe nel fondo di una Torre cilindrica, se vi fosse comodo a poterci discendere. Sotto poi la describenda grada vi è un piccolo camerino per tenerci animali piccioli.
Pigliando ora il laterale a destra l’ingresso del cortile, trovasi un vano senza arcotrave, per ove si passa in un orticello di estensione palmi 35. in circa, di figura irregolare, che si approssima a triangolo, in dove vi sono due piedi piccoli di fichi, ed alcuni piccoli celsi. Dopo il descritto vano incontrasi un altro con chiusura, per il quale si entra in una camera
terrena coverta a travi da sei balere, a sette travi, riceve lume da finestra con chiusura, nella qual camera vi sono sei granari di legno capaci di tumula seicento in circa. Appresso trovasi altro vano con chiusura, per cui si entra in una cameretta  coverta a travi da tre balere, ed in essa vi è il risalto del forno, in testa la quale mercé altro vano si entra in un’altra camera scendendo per quattro scalini; ella è coverta a travi da sei balere, a sette travi, riceve lume da una finestra. A sinistra di essa mediante vano si entra in una seconda camera coverta a travi da sei balere, e sette travi; tiene focolajo, e riceve lume da una finestra. In testa poi di essa mercé vano privo di chiusura si passa in una camera di figura irregolare coverta a travi da sei balere, vi è comodo di luogo immondo, e riceve lume da finestra.
Ritornando nel cortile scoverto, nel lato intesta entrando vi sono due vani, per quello a destra si entra in una camera mercé la discesa di tre scalini per conservar legumi; ella è coverta a travi da sette balere, ed otto travi con tre tarsenali; per quello poi a sinistra si entra in un’altra camera grande coverta da volta a botte, e questa serve per conservare qualunque sorta di vettovaglie.
In mezzo al più volte nominato Cortile vi è la cisterna,ed un piede di celso, e nel lato di
testa, e proprio sulla sinistra di esso trovasi la scalinata, che mercé nove scalini, s’impiana in un ballatojo;ella è coverta da una penna di tetto con suffitta di tavole. A sinistra poi di detto ballatoio trovasi la porta dell’ingresso dell’appartamento Marchesale. L’orna della quale è di pietra lavorata, e scorniciata, e nell’arcotrave vi si trovano le armi forse di chi costrusse una tal fabbrica, in mezzo ad esse vi è scolpito in asterismo Romano l’epoca della sua costruzione del 1484. Per un tal vano si entra in una gran sala sopraposta al descritto camerone coverto a volta, ed è coverta da suffitta di tavole, e riceve lume da tre finestre, una delle quali è corrispondente al cortile. Nella detta sala vi sono due porte, per quella a sinistra si entra in tre camere, la prima è addetta a cucina, ed è coverta a travi da otto balere, e nove travi, in essa vi è comodo di focolajo, e poggio di fabbrica con quattro fornacelle, riceve lume da una finestra; a destra poi di essa vi è vano, per lo quale si entra nella torre, e forma una cameretta cilindrica coverta da volta, e riceve lume da un finestrino; nella covertura della quale vi è saracinesca, che con scala portatile s’impiana in un altro vuoto simil, che forma l’estremo di detta torre. La seconda camera poi è coverta a suffitto, e tiene finestra che corrisponde al cortile. La terza finalmente è coverta a suffitto, e riceve lume da quattro finestre, due delle quali corrispondono verso il cortile; in testa vi è bussola di legname con vano fabbricato, che forse prima per esso si entrava in altri membri ora diroccati. Ritornando alla sala, per il vano a destra di essa si entra in cinque camere, la prima coverta a travi da sei belere, e sette travi, e vi è focolaro con cappa di fumo, l’arcotrave della quale è lavorato alla Gotica, in dove si legge la seguente iscrizione: Hoc opus est conditum felici Ferdinandi tempore Regis anno 1485 feliciter amen, una tal camera riceve lume dal cortile; a destra di essa mediante vano si entra in due camerini coverti a tetto con lumi verso il cortile, e dal secondo si passa mercé vano di porta nella quarta describenda camera. La seconda camera poi è di figura quadrantale irregolare e coverta da suffitta, e riceve lume da finestra. La terza coverta similmente da suffitta, e riceve lume da finestra, e tiene comodo di stipo dentro muro. La quarta è simile alla descritta, e riceve lume da simile finestra, e vi è vano, per cui si entra nel secondo descritto camerino, e tiene pavimento di mattoni. La quinta finalmente anche è coverta di suffitta, e riceve lume da finestra, e tiene pavimento di mattoni. Tutti li descritti membri, che formano un tale appartamento sono coverti da tetto con ossatura di legname, ed in questo consiste l’intero Palazzo Marchesale, il quale ha bisogno di molta rifazione, e per potersi rendere abitabile vi è necessario molta spesa.”
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Foto restauro palazzo marchesale


I FEUDATARI DI MONTEFALCONE

I FEUDATARI DI MONTEFALCONE
ANNO FEUDATARI
1140/1160Baronessa moglie di Guglielmo Petrofranco
1260Sica di Lecto ,figlia di Matteo, sposa di Iacopo Donzello;
Pertecusa di Lecto ,figlia di Matteo e sposa di Bartolomeo di Tocco;
Margherita di Tocco,figlia di Bartolomeo e moglie di Giovanni Mansella di Salerno
1296Matteo Mansella figlio di Giovanni;
Giovanni II Mansella figlio di Matteo
1300Matteo Caracciolo
1346Lisolo Caracciolo figlio di Matteo;
Pippo Caracciolo figlio di Matteo;
Lisolo Caracciolo II figlio di Pippo
1400/1446Pippo Caracciolo II figlio di Lisolo II
1446Berardo Caracciolo,figlio di Pippo II;
Giovanni Caracciolo, detto Schiavo, fratello di Berardo
1470/1501Pippo Caracciolo III figlio di Giovanni
1501Camilla ,figlia di Pippo Caracciolo;
Floripessa Caracciolo, sorella della precedente;
Ippolita Caracciolo, sorella della precedente
1548Beatrice Caracciolo sorella di Ippolita,Floripessa e Camilla, nonchè moglie di Cecco Loffredo
1548/1558Ferrante I Loffredo figlio di Cecco
1558Alessandro de Antinoro;
Ferrante Piccolomini;
il feudo viene ricomprato da Ferrante I  Loffredo
1573Francesco II de Loffredo,figlio di Ferrante
1574Giulia Loffredo, sorella di Francesco e moglie di Giovan Francesco d'Affitto
1576/1621 Il feudo viene ricomprato da Francesco II Loffredo
1622/1628Andrea de Martino
1628Scipione de Martino figlio di Andrea
1628/1640Giovanni Domenico de Martino, fratello di Scipione;
Il Feudo passa alla corte regia per mancanza di eredi diretti di Giovanni Domenico
1645/1650Francesco Montefuscoli
1650/1695Aniello Montefuscoli, fratello di Francesco
1695/1725Lucrezia Montefuscoli, figlia di Aniello e moglie di Giovanni De Sanctis
1726/1761Francesco De Sanctis ,figlio di Giovanni
1762/1773Gaspare De Sanctis. fratello di Francesco
1773/1778Vincenzo Capece, figlio di D.Teresa De Sanctis sorella di Gaspare
1778/1780Pietro Stravino
1780/1783Giacomo Stravino ,figlio di Pietro.

MONTEFALCONE diviene di DEMANIO REGIO
   

 

Il castello ,i feudatari ,fine del feudalesimo a Montefalcone (P. Serafino Zeppa)

Il castello ,i feudatari ,fine del feudalesimo a M...
I L C A S T E L L O
 
Su una roccia di natura puddinga sorgeva il castello di Montefalcone, il quale dominava tutta la Valle del Fortore e la parte montuosa della provincia di Foggia. Dell'antico castello si conservano oggi solo i ruderi di un massiccio torrione.
Esso si ergeva superbo fra le umili casupole allora esistenti, come gigante fra una turba di servi. Sulla torre, esposta ai quattro venti, vigilava la sentinella, che, col suono del corno, annunziava ai villani l'avvicinarsi dei nemici, perché i fanti si apprestassero alla difesa del castello.
La sua pianta aveva forma di rombo, nella parte centrale vi sorgeva il cortile, in mezzo al cortile v'era una cisterna profonda una decina di metri, la quale forniva l'acqua agli abitanti del castello. Era recinto di mura massicce. Nell'interno tutto era costruito a fine di difesa e non per comodità. Il castello era composto da due piani; al disotto del primo piano vi erano i depositi di armi e comunicavano con i rifugi segreti che uscivano fuori dell'abitato.
Due erano questi rifugi: uno attraversava la parte sinistra del paese, l'altro quella destra; quest'ultimo con una galleria lunga 1500 metri sboccava in contrada Grotta, sotto un balzo tufaceo, l'altro sboccava in contrada Concilio; lungo 2000
metri. L'origine del castello risale all'epoca di Federico II, nipote del Barbarossa, che sposò Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggiero III. Federico II, divenuto Re di Sicilia, volle risolvere la questione dei Musulmani delle Isole, tradizionalmente fedeli e devoti alla monarchia, ma irrequieti e turbolenti, anche per la generale avversione che verso di loro sentivano i cristiani, in mezzo ai quali essi vivevano. Federico II li trasferì in parte a Lucera, in Capitanata, ed in parte a Nocera, in Campania.
La colonia di Lucera fu particolarmente numerosa ed ivi nel 1237 Federico II fece costruire un castello per la tutela degli stessi Musulmani. In questo secolo sorsero pure i castelli di Tertiveri, di Motta Montecorvino, di Pietra, di Alberona e di Montefalcone Valfortore.(1)
La tradizione patria attribuisce la costruzione del castello a Federico Barbarossa, che lo teneva come luogo di sfuggita nelle vicende guerresche. È questa una attribuzione del tutto errata, in quanto il Barbarossa tentò di
scendere nell'Italia Meridionale, ma dovette retrocedere, poiché il suo esercito era stato colpito da una forte epidemia.
In questo castello venivano a trascorrere i periodi di riposo gli Angioini di Napoli. Nel giugno del 1440 il castello era abitato da un certo Giannotto, signore di Montefalcone (2) e nello stesso anno vi fu Alfonso d'Aragona I, re di Napoli. Questo ultimo avendo saputo che il re Renato si era recato a Carpignano, per abboccarsi col Duca di Bari, andò nelle terre del Conte di Avellino, Troiano Caracciolo, e tutte le mise a sacco e fuoco; di qui si diresse a Montefalcone, sebbene Giannotto fosse fedelissimo al re Renato, dopo uno strenuo combattimento, per la poca costanza dei suoi vassalli, fu costretto ad arrendersi al re Alfonso. Nel 1343 il castello fu colpito da una scossa di terremoto ne devastò la parte settentrionale. Nel 1806 fu nuovamente colpito da una scossa tellurica, riportando lievi danni. Nel 1809, essendo divenuto ricettacolo di manipoli di briganti, fu distrutto dalla Guardia Civica. Tommaso Vitale, nella storia di Ariano e sua diocesi, parla di questo castello ed il Cirelli lo riporta quasi integralmente. Il Vitale (3) parlando del castello così si esprime: "Nel palazzo (i montefalconesi ancora oggi lo chiamano così), un tempo Baronale, chiamato ben anche Castello, oggi col Demanio pervenuto alla Università, in una lapide fregiata di molti lavori di intaglio, che doveva servire da architrave di porta, leggesi inciso:
HOC OPUS CONDITUM FELICI FERDINANDI TEMPORE REGIS
MCCCCLXXXVII FELICETER ERAT AMENA
e sulla porta della stessa scala dello stesso Castello
A.D. MCCCCLXXXVII
Da un lato di essa porta vi è inciso in pietra un'impresa con un pesce in mezzo, e nel lato opposto ve n'è un'altra; nella metà del di cui scudo vi si osserva un leone in piedi". Il cronista Falcone Beneventano, descrivendo l'accampamento di Rainulfo vicino al castello di Tufo, per assediarlo, parla dei soldati a piedi ed a cavallo riuniti da Giordano, famoso conte di Ariano, che si recavano sopra il castello di Montefalcone, poco lontano dal padiglione ed accampamento di Rainulfo "Giordano, famoso conte di Ariano, audienes Rainulphum Comitem super Tufum illud Castelli munitiones costruxisse et oris omnibus peditumque manu copiosa ad Castellum, qod Montefalconis dicitur, non longe a Rainulphi comitis tentoriis tetendit".
Il Vitale ed il Cirelli ben si oppongono a questa ipotesi, ritenendola un errore dei copisti, dovendosi leggere Montefalcione, che è vicino alla terra di Tufo, vicino anche a "Montefuscoli", mentre Montefalcone ne dista più di venti miglia. "Dalla iscrizione su riferita, inoltre, scrive il Cirelli, (4) non possiamo con certezza dedurre che il castello sia stato edificato in tempo di re Ferdinando d'Aragona; tanto più che la lapide in cui leggesi la epigrafe suddetta, si suppone che dovesse servire di architrave di porta nel castello, ma in effetti non fu mai vista situata in nessuna parte di questo edificio. Noi, nulla volendo togliere alla probabilità, che il castello una opera fosse di Re Ferdinando d'Aragona, ai tempi del quale sappiamo che molte di tali opere furono costruite in vari punti di questo Reame; crediamo di doversi pure tenere in qualche conto la tradizione patria, la quale attribuisce la fondazione del castello
medesimo a Federico Barbarossa, ad oggetto di averlo siccome luogo di sfuggita nelle vicende guerresche".
Noi, come prima abbiamo accennato, riteniamo, invece, il castello opera di Federico II e che con l'andar del tempo il popolo che diceva: "il nipote di Federico Barbarossa" ha ridotto la frase solo a "Federico Barbarossa".
Nei registri delle Cancelleria Angioina troviamo (5): "Per la difesa contro i Saraceni il Re ordina munirsi il Castello di Crepacode, inviandovi da ciascuna delle  città convicine duecento serventi".
"KAROLUS magistri iuratis Baiulis et universis hominibus Ariani Montis fusculi Padulis Apicii-Montis calvi. Junculi Casalbuli Flumarii. Vici et Casalium ipsorum Cripte et Ripelonge. Cum ad custodiam et defensionem vestram mandavimus refici. Castrum Crepacordis (6) et muniri militibus nostris et peditibus ut Saraceni non possint vos et res vestras recipere vel aliter ledere vos mandamus etc. quatenus ducentos servientes bene munitos
armis ferreis vel acutis et capellis, juppis et lanceis vel balistis et aliis necessariis ad bellandum ibidem et quingentos alios cum securibus sive cunnatis et palis et zappis magnariis et omnibus aliis necessariis ad faciendum fossata et clausuram dicti castri sive palicia seu palaciatas et ad reficiendum dictum locum visis litteris seguenti die post receptionem presentis apud montem calvum trasmittere debeatis ita quod ibi congregatos omnes ad plus die dominico quartodecimo mensis Julii deinde venient ad dictum locum crepacordis ubi invenient miliciam nostram
existentem ibi et expectantem servientes et alios sopradictos, et detis pro unoquoque servienti tres augustales per mensem facientes eis pagam pro uno mense et sciatis quod si aliquis vestrorum locorum non miserit bonos servientes et bene armatos predictos homines cum palis et aliis supradictis ad predictum locum et terminum pro quolibet serviente vel alio qui deficiet vel erit minus, sufficiens, quattuor augustales a loco negligentiam commictente inremissibiliter exigi faciemus, et volumus etiam quod in numero destro sint castrum sancti severi et
montis mali licet superius propter oblivionem non fuerint denotata et ut celerius fiet inter vos servientes et predictos alios dimidium et adequare fecimus prout inferius continetur, scilicet arpinum servientes XXVIII et alios cum palis cunnatis seu securibus zappis mannaicis et aliis necessariis homines XXXXV junculum servientes XII et alios cum zappis et aliis supradictis XXX. Arianum servientes XXX et alios cum zappis et aliis LXXV. Monsfalconis servientes VII et alios homines cum zappis et aliisXVIII… Trattando il documento citato di avvenimenti del 1252 e parlando già di
Montefalcone che manda i suoi uomini, e rilevando dai registri della Cancelleria Angioina, (7) come vedremo, che nell'anno 1266 a Matteo di Letto fu da Carlo I restituita Montefalcone, e metà di Montecalvo, che aveva per concessione dell'Imperatore Federico II, è da supporsi che il castello fosse opera di questi. "Carlo ai mastri giurati, ai balivi, e a tutti gli abitanti di Ariano, Montefusco, Paduli, Apice, Montecalvo, Zungoli, Casalbore, Flumeri con i rioni e casali di Cripta e di Ripalonga.
Quando stabilimmo per vostra protezione e difesa che fosse riparato e rinforzato con nostri soldati e fanti il castello di Crepacorde, perché i Saraceni non potessero impossessarsi dei vostri beni o altrimenti ledervi, mandammo per la
necessità 200 ausiliari ben muniti di armi ferrate e scudi ed elmi con dardi e lance e frecce e l'altro necessario alla guerra; altri 50 con scure fatte a punte e pale e zappe larghe e ogni altro utensile necessario a scavare fossato a difesa del detto castello; e ugualmente pali di palizzate per la riparazione del luogo: viste le lettere nel giorno successivo alla ricezione della presente dovrete trasmettere notizie a Monte Calvo così che tutti quelli ivi radunati, al massimo la domenica 14 luglio possano venire alla suddetta località di Crepacorde dove troveranno la nostra milizia ivi stazionante in attesa di aiuti e di tutto l'altro suindicato: darete a ciascuno ausiliare tre agostali (moneta di Federico II) a mese per la paga di 1 mese: sappiate che se qualcuno di codesta località non avrà mandato validi ausiliari bene armati con pale ed il resto già specificato al predetto luogo e nel termine suindicato, per ciascuna unità mancante e per altro che sia di meno per numero, per qualità insufficiente, obbligheremo che siano pagate irremissibilmente per colpa della negligenza 4 Agostali: vogliamo anche che nel numero destro siano annoverati il castello di S. Severo e Monte Malo benché prima per dimenticanza non siano stati indicati. Affinché ciò avvenga al più presto abbiamo fatto distribuire a metà tra voi i serventi e gli altri indicati così come si chiarisce sotto, cioè: Arpino con 18 ausiliari
e altri con pali appuntati; 35 uomini con l'altro necessario; 12 serventi e altri 30 con zappe e l'altro materiale suindicato; Ariano 30 serventi e altri 75 con zappe e altro. VII serventi di Montefalcone e 18 altri uomini con zappe ed altro.
 
 
F E U D A T A R I
 
Nell'epoca normanna, come si rileva nel catalogo dei Baroni al N^ 323, rubrica Contea di Civitate = Domina Montis fiasconis sicut dixit Guardemus, tenet Montefalconem quod est feudum duorum militum (La padrona di Montefalcone,
come disse Guaremondo, possiede Montefalcone, il quale è un feudo di due soldati) sembra quasi certo che questa feudataria dovesse essere la moglie di Guglielmo Petrofranco, il quale possedeva Roseto.
Ancora nello stesso Catalogo, sotto la medesima rubrica Contea di Civitate al N^ 341, vengono nominati i seguenti signori di Montefalcone: Robertus de la Rocca, Robertus Manerius, Raynaldus Montis Dragonis, Hugo Elia, Hericus de
Laysa, et Robertus de Laysa tenet Montefalconem quod, sicut dixit Hugo filius Acti, est feudum duorum militum et cum augumento abtulerunt milites quatuor et servientes X.
(Roberto della Rocca, Roberto Manerio, Rinaldo di Monte Dragone, Ugo di Elia, Enrico e Roberto di Laysa possiede Montefalcone, il quale, come disse Ugo figlio di Atto è feudo di due soldati e con l'aumento quattro soldati e dieci servi). Nell'anno 1266 a Matteo di Letto fu da Carlo I restituita Montefalcone e metà di Montecalvo, che aveva per concessione dello imperatore Federico II. Essendo stato ribelle a Manfredi da questi fu privato dei feudi, che vennero dati al genero Jacopo Da Matteo, infatti erano nate due figlie: Sica, la maggiore, aveva sposata Jacopo Danzella, Pergus, la minore, era andata sposa a Bartolomeo di Tocco, figlio di Matteo.
Jacopo Danzella combatté contro re Carlo I a Benevento per Manfredi, perciò la linea primogenita fu esclusa dalla successione che il re aggiudicò alla secondogenita sua figlia Margherita. Poiché il De Tocco aveva ereditato dal padre Matteo l'altra metà di Montecalvo, con Buonalbergo, l'intero feudo si ricostituiva così nelle mani della figlia.
Nel 1320 il feudo di Montefalcone fu messo nel giurisdizionato del Principato Ultra e tassato per once 10, tarì 15 e grana 17. Successivamente, essendo stato colpito dal terremoto, ebbe un esonero di tasse, come rilevasi da un documento riferibile agli anni 1343-1344 esistente nei registri angioini del grande archivio di Napoli (fet.FN.341, fol.235, intitolato
"Universitatis Castris Montis Falconis, provisio minoratione collectarum quia terremoti concessa et pars dicti Castri et abissa").
Nel 1439 era signore di Montefalcone Giannotta, il quale seguiva la parte Angioina.
Dopo di questo il feudo di Montefalcone passò a Filippo Caracciolo, che nei documenti viene nominato Pippo, che fin dall'anno 1415 possedeva i feudi di Montefalcone, Pugliara, Bagnara, Montedurso, S. Giorgio, Pescolamazza, Pietrelcina, Monterone, Orta, Toccanisi ed una parte del casale di Torrioni. (1)
1.Riportiamo un documento che si legge nel fol. 414 del vol. 299 degli atti pe’
rilevi, intitolato Notamento fatto dal Procuratore Fiscale Giovan Vincenzo
de Mari appresso l'Attuario Squillante contro il Marchese di Casalbore et altri
sopra le robbe che furono di Pippo Caracciolo.
2.ECCONE LE PAROLE: Pippo Caracciolo seniore fu patrone delli subscripti
beni feudali verso l'anno 1415 - Videlicet.
3.Lo Castello de Pagliara con casale de Bagnara et Monte d'urso
4.Lo Casale di Toccanise con certa parte del casale de Torrioni
5.Lo Casale de Sangiorgio
6.Lo Castiello de Montefalcone
Filippo Caracciolo ebbe come figlio primogenito Berardo, che nel 1446 conseguì dal Re Alfonso I d'Aragona l'investitura dei beni feudali del padre con la condizione di non potersi quest'ultimi ereditare se non dai maschi soltanto. Dopo la morte di Berardo (essendo da lui nata una sola figlia di nome Antonella che sposò Antonio della Ratta e poi in seconde nozze Ludovico Minutolo, che nel documento riportato viene denominato Giacomo (2) divennero Barone di Pagliara, Montefalcone, Toccanisi e di una parte del casale di Torrioni i suoi fratelli
Giovan Nicola e Carlo, che pagarono alla Regia Corte il relievo nell'anno 1458 (3)
1.Lo Piesco
2.La terra de Petrapolcina
3.Lo feudo de Montero
4.Lo bosco de lo Pino et lo feudo d'Orta con altri beni burgensatici
Detti beni feudali foro concessi per li Ripassati ad esso et suoi antecessori et per se et suoi heredi mascoli et femine.
Pippo ebbe cinque figli mascoli de li quali il primogenito si nominò Berardo Caracciolo, il quale hebbe una figlia femina nomine Antonella che detto la istituì sua herede universale in li beni burgensatici et feudali mediante testamento
cominciato e non finito convalidato poi per privilegio da Re Alfonso prima detta Antonella Caracciolo si maritò con Jacovo Minutolo, et si ben da detto matrimonio ne nacquero più figli mascoli, al tempo che detta Antonella morse rimase solamente sua herede universale Marella Minutula sua figlia che si casò con Marino Thomacello, li quali fecero più figli, et tra li altri Jacovo Thomacello in lo anno 1528 fu ribelle e il fisco confiscò tutti li beni che trovò e che possedeva. In lo anno 1574 il Fisco per revelatione fattali hebbe notitia del tutto il predetto et che il Marchese de Casalarbore et altri possedevano indebitamente le dette Castella e feudi che spettavano a detto Thomacello descendente da detto Pippo Caracciolo mediante la linea di detto Berardo figlio primogenito et si indiriezò per comparsa che presentò a 2 de decembre 1574 et domandò la reintegratione de detti castelli et feudi una con li frutti perceputi, li poxessori compresero adverso la detta pretendentia del Fisco et portaro diverse scritture
per exudere il Fisco et particularmente il detto Marchese di Casalbore presentò uno privilegio de Re Alfonso primo de lo anno 1446, per lo quale essendo morto detto Pippo Caracciolo investio Berardo de li detti beni pro se et heredibus
masculini sexus tantum cum conditione che morendo detto Berardo senza figli mascoli succedano li fratelli excluse le figlie femine di Berardo che si haveano da dotare di paragio et così per virtù de detto privilegio pretende’ che detta Antonella Caracciolo sia stata exclusa da la detta successione de li beni feudali, atteso di detto Berardo patre ci restaro più fratelli carnali figli de Pippo, et particolarmente Cola Caracciolo dal quale deriva detto Marchese de Casalarbore, et perché quando tale pretensione andasse bene il Fisco poteva pretendere la doteche spettava a detta Antonella che nunquam fuit dotata de paragio, detto Marchese de Casalarbore ha prodocto Albarano de Re Ferrante primo che donò detta dote a detto Cola Caracciolo.Cfr. Giacomo Guglielmo Imhof: "Corpus historiae genealogicae Italiae et Hispaniae, famiglia Caracciolo, tavola XVII, pag. 280.Vol. 287 Atti dei Relevi, che prima veniva chiamato "Liber primus originalium
releviorum Principatus Ultra et Capitanatae anni 1448 ad 1539, f. 13.
Giovan Nicola Caracciolo sposò Eleonora Carafa, e con lei generò Filippo, secondo di tal nome e detto "Pippo", il quale il 19 maggio 1475, essendo già signore di Montefalcone, stabilì col Cardinale de Ursinis i limiti tra il suo feudo e
quello di Santa Maria in Galdo. L'instrumento di tale convenzione fu stipolato nello stesso giorno dal notaio
Bartolomeo de Petrillis, e venne convalidato dal re Ferrante I d'Aragona il 30 giugno 1477 (4).
Filippo Caracciolo II ebbe un figlio: Giovanni, che morì celibe, e quattro figlie femine: Camilla, Floripessa, Beatrice ed Ippolita che andò in isposa ad Antonio Guindazzo (5).
Camilla ebbe dal genitore la donazione della terra di Montefalcone in occasione delle tavole nuziali stipolate il 10 gennaio 1501 tra lei e Giovan Tommaso Mansella di Napoli, figlio di Angelo, con la condizione di dover pagare
mille ducati alla sorella secondogenita Floripessa. (6). È da ritenersi che Camilla e Floripessa non abbiano lasciato figli, in quanto la sorella Beatrice divenne Baronessa di Montefalcone. Quest'ultima sposò Francesco de Loffredo, Reggente la Regia Cancelleria e con lui ebbe il figlio Ferdinando I, che nel 1547, essendo morta sua madre, dovette soddisfare al Fisco il relevio sulla terra di Montefalcone (7). Ferdinando de Loffredo I nel 1558 vendette la terra di Montefalcone ad
Alessandro de Antinoro col patto di ricompra, e con la medesima condizione Francesco de Loffredo II assegnò nel 1574 il predetto feudo a Giulia, sua sorella e consorte di Giovan Francesco d'Afflitto, per ducati 13150 di dote (8).
Ferdinando II, Marchese di Trevico, nell'anno 1602 sostenne una lite col Regio Fisco intorno alla giuresdizione delle terra di Montefalcone e ad istanza dei creditori (9). Il tribunale del Sacro Regio Consiglio vendette il feudo di Montefalcone ad Andrea de Martino per 31, 500 ducati. L'istrumento di tale vendita fu stipolato il 24 settembre 1622 dal notaio Carlo Lombardo di Napoli, e venne approvato dal Duca d'Alva, Vicere di questo regno il 21 giugno 1523 (10).
Il 24 ottobre 1626 il re Filippo IV di Spagna, in considerazione della nobiltà della famiglia de Martino, concesse ad Andrea il titolo di Marchese di Montefalcone, (11) ma questi morì il 5 settembre 1627 ed il figlio primogenito
Scipione ereditò il marchesato soddisfacendo alla Regia Corte il relevio nell'anno 1628 (12).
Scipione de Martino rinunziò al feudo di Montefalcone ed al titolo di Marchese in favore del fratello secondogenito Giovan Domenico in virtù del regio assenso dato a Madrid il 12 luglio 1628, cui dette "l'exequatur" il Duca d'Alva, Vicerè di Napoli, il 30 novembre dello stesso anno (13). Scipione e Giovan Domenico de Martino morirono senza lasciare legittimi successori ed i feudi nel 1640 ritornarono alla Regia Corte che per 20.200 ducati vendette la terra di Montefalcone a Francesco Montefuscoli, dottore in legge, (14) con l'istrumento del 13 novembre 1645 del notaio Pietro Oliva di Napoli.(15). Francesco Montefuscoli morì il 4 aprile 1650 e divenne Barone di Montefalcone il fratello secondogenito Agnello che pagò il relevio alla Regia Corte. Di Agnello Montefuscoli fu figlia primogenita Lucrezia, la quale dal Re Carlo II di Spagna conseguì il titolo di Marchesa di Montefalcone "per sé, per i suoi eredi e successori" per la nobiltà ed i servizi resi al Trono dai suoi avi. Il diploma di tale concessione fu sottoscritto a Madrid il 3 settembre 1696 ed ebbe il "regio exequatur" in Napoli il 13 ottobre dello stesso anno (16).
La marchesa Lucrezia Montefuscoli sposò Giovanni de Sanctis e morì a Montefalcone il 5 ottobre 1725 come risulta dalla seguente lapide funeraria che ancora si conserva nella sala S. Michele.
D. LUCRETIA MONTEFUSCOLO, ET COPPOLA
MONTIS FALCONIS EX PATRE MARCHIONISSA
FAEMINA SUPER SEXUM AD VIRILIUM IMAGINEM
COMPOSITA:
RELIGIONIS VINDEX JUSTITIAE SOSPITA
SIBI MAGISQUA ALIJS INPERAS,
ADVERSAE FORTUNAE IMPAVIDA PROSPERA MAJOR
DIU VIXIT,
SED SUBDITORUM SPEI TAM MODICUM
UT LICET LONGA SENECTUTE, EAM FATA SUBRIPUERIT
TANQUAM IMMATURO FUNERE EREPTAM
OMNES AMARIS LACRYMIS DEPLORANT
FILIJ INCOSOLABILES
MATRI OPTIMAE NON MEMORIAE
QUA PRUDENTIA, PIETATE, CONSTANTIA IMMORTALAE SIBI
COMPARAVIT,
SED IMMENSI DOLORIS TESTEM
LAPIDEM POSUERUNT
DIE V. MENSIS OCTOBRIS ANNO M.DCC.XXV
D. Lucrezia Montefuscoli della discendenza dei Coppola Marchese di Montefalcone, donna al di sopra del sesso conforme più ad indole virile; vindice della religione, protettrice della giustizia dominatrice più di se stessa che degli altri, impavida contro l'avversa fortuna e più grande ancora nella prospera, visse a lungo, ma tanto poco per la
speranza posta in lei dai suoi sudditi che sebbene il fato l'abbia rapita nella tarda vecchiezza, tutti la piangono con amare lacrime come se strappata da immatura morte, i figli inconsolabili posero questa lapide per ricordo dell'ottima madre che procurò a sé un ricordo incancellabile per la sua prudenza, pietà e costanza, ma come testimonianza del
loro immenso dolore. 5 ottobre 1726.

 
Dalla Gran Corte della Vicaria con decreto del 17 settembre 1726 fu dichiarato erede dei suoi beni feudali il figlio primogenito Francesco de Sanctis, il quale, in virtù di un decreto della Regia Camera della Sommaria del 7 luglio 1727,
ebbe nel cedolario l'intestazione del feudo di Montefalcone e del titolo di Marchese il 25 settembre dello stesso anno(17). Francesco De Sanctis morì il 6 settembre1761 (18) senza lasciare eredi; perciò divenne Marchese
di Montefalcone Gaspare, suo fratello secondogenito con decreto emanato dalla Gran Corte della Vicaria il 9 luglio 1762 e l'11 agosto dello stesso anno ne conseguì l'intestazione del castello di Montefalcone col titolo di Marchese (19).
Neppure Gaspare De Sanctis ebbe eredi ed essendo morto il 13 dicembre 1773 (20) il marchesato di Montefalcone fu ereditato da Vincenzo Capece, figlio primogenito di una sua sorella germana della quale signora il nome, il quale
vendette la terra di Montefalcone a Pietro Stravino per 70395 ducati, con istrumento stipulato il 27 gennaio 1778 dal notaio Luigi Montemurro di Napoli ed approvato dalla Real Camera di Santa Chiara il 4 febbraio dello stesso anno (21).
Pietro Stravino morì il 23 aprile 1780 e dalla Gran Corte della Vicaria fu dichiarato erede dei beni feudali del padre il primogenito Giacomo, intanto l'Università di Montefalcone fin dal 28 giugno 1779 aveva chiesto alla Regia Camera
della Sommaria di diventare demaniale. Nel 1760 l'Università di Montefalcone prese il possesso formale per mezzo di
un barone scelto dal popolo. Fu eletto un tale Filippo Sacchetti, cittadino del luogo e padre di dodici figli,
condizione indispensabile per la scelta. In tale occasione fu vestito delle insegne baronali, con parrucca, spada e
bastone e per la circostanza fu celebrata una gran festa popolare con fuochi di artificio.

FEUDATARI DI MONTEFALCONE
Anno 1415. FILIPPO CARACCIOLO I^
BERARDO CARACCIOLO GIOVAN NICOLA CARACCIOLO CARLO CARACCIOLO
con Eleonora Carafa
ANTONELLA CARACCIOLO FILIPPO CARACCIOLO II^
Giovanni Camilla Flopessa BEATRICE Ippolita morì con CARACCIOLO con
celibe Giovan con Antonio
Tommaso Francesco Guindazzo
Mansella de Loffredo I^
1548. FERDINANDO DE LOFFREDO I^
Con Diana de spinello
1573. FRANCESCO DE LOFFREDO II^
Con Lucrezia de Capua
1586. FERDINANDO DEL LOFFREDO II^
Anno 1622. ANDREA DE MARTINO
Marchese di Montefalcone nel 1626
1627. SCIPIONE DE MARTINO
1628. GIOVAN DOMENICO DE MARTINO
Giuseppe Montefuscoli
1643. FRANCESCO AGNELLO MONTEFUSCOLI
MONTEFUSCOLI !
1695. LUCREZIA MONTEFUSCOLI
Marchesa di Montefalcone nel 1696
Con Giovanni de Sanctis
1725. FRANCESCO GASPARE N.N. DE SANCTIS DOMENICO
DE SANCTIS DE SANCTIS Marchese De Sanctis di Montefalcone
1773. VINCENZO CAPECE Francesco Saverio
Marchese di Polignano Capece
1775. PIETRO STRAVINO
1780. GIACOMO STRAVINO

 
 
FINE DEL FEUDALESIMO A MONTEFALCONE

Con l'apertura del testamento del Marchese Don Gaspare De Sanctis, avvenuta il 13 settembre 1773, il feudo di Montefalcone doveva essere diviso tra il di lui nipote ex sorore Marchese don Vincenzo Capece ed il Barone Pietro Stravino, erede universale fiduciario, con l'obbligo a quest'ultimo di ottemperare a quanto il testatore gli aveva comunicato ad aures e cioè: "costituire quattro maritaggi all'anno da distribuire a quattro donzelle vergini e povere di Montefalcone" secondo che "sarebbero sortite dal bussolo da farsene dai Parroci di quella terra".
Il testamento fu impugnato dagli eredi diseredati e così tutta l'eredità fu portata davanti al S.R.C. Fu fatta causa prima in tribunale e nella Gran Corte della Vicaria e poi nella Real Camera di Santa Chiara, finché si venne ad una transazione. Fu compilato un Alberano col quale si stabilì doversi procedere all'apprezzo e vendita, servatis
servandis, del feudo stesso e che dall'eredità burgensatica e feudale si dovevano trarre legati, debiti e pesi perpetui ed il restante dividersi tra gli eredi costituiti. Il relativo Decreto interposto di exeqatur conventio venne approvato.
Il Regio Ingegnere Cannitelli, preposto a tanto, apprezzò tutto i feudo per ducati 72.856.
Avverso tale prezzo che si suppose "dettato con termini equivoci e maliziosi", insorse l'Università di Montefalcone protestandosi formalmente nel S.R.C. con lunga e ragionata istanza affinché "in qualunque tempo pregiudizio alcuno non potesse provvenirle da siffatto consegnato apprezzo". Purtroppo, non si tenne, in un primo momento, nessuna considerazione di questo ricorso ed il 24 luglio 1777 il feudo venne venduto all'asta e dopo l'estinzione della terza candeletta ne rimase aggiudicatario un tal Don Francesco Antonio Faraone con un aumento di dieci
ducati. In seguito a maneggi architettati dal Marchese Don Pietro Stravino, il Regio Commissario Guidotti, assegnò il feudo allo stesso Stravino col consenso del primo aggiudicatario Don Francesco Antonio Faraone.
Allo stesso Don Pietro, oltre al feudo, furono vendute anche le rendite feudali e cioè il Corpo della Mastrodattia "che consiste nello esercizio delle prime e seconde cause civili, criminali e miste, il mero e misto imperio, con la podestà di
commutare le pene e giurisdizione della Bagliva". Il 19 luglio 1778 prese possesso del feudo e da quel giorno i Montefalconesi incominciarono a subire violenze, angherie ed oppressioni. A frenare tali eccessi non valsero le premure del Sindaco Gabriele Paoletta che si recò personalmente per ben due volte in casa del Barone "a pregarlo" ma non ebbe soddisfazione, anzi le sue preghiere inasprirono l'animo dell'avido feudatario peggiorando la situazione.
Dietro un tal modo di procedere il Sindaco convocò, il 24 giugno 1779, tutti i cittadini in pubblico parlamento facendo accorata e dettagliata esposizione delle circostanze proponendo ricorso per il S.R.C.. I Montefalconesi, resi consapevoli delle prepotenze e sovercherie del nuovo padrone e conoscendo l'indole del Marchese per "l'ansia di eccessivo interesse ed oppressione molto afflittive verso quella popolazione", in considerazione che a tenore delle R. Prammatiche competeva all'Università la prelazione jure Demanio nella compra del feudo e poiché non era trascorso l'anno dal giorno del contratto di compra e dal possesso che si era preso, stabilì proclamare il Regio Demanio. Ma anche qui le inique ed infernali macchinazione dello Stravino stavano per capovolgere la situazione facendo "comparire alcuni pochi della stessa terra li quali mossi da privati interessi e specialmente dalle seduzioni dello Stravino e decoratosi dello specioso titolo di ZELANTI CITTADINI umiliarono supplica al R. Trono ed industriandosi di dipingere il Demanio dimandato per la VERA E IRREPARABILE RUINA della loro patria supplicarono S. Maestà (D. G.) ordinare alla detta Camera a non dar luogo alla istanza con cui detto Demanio erasi dimandato".
Questa volta le insidie dei traditori non riuscirono ed il Sindaco Paoletta ebbe l'onore di annunziare ai suoi carissimi cittadini: "...... dopo tre anni di litigio strepitoso, dopo tante cavillazioni e dilazioni, che abbiamo dovuto soffrire, dopo tante angosce e dispendi, il Signore ha benedetto la causa del nostro Demanio, imperocché la Regia Corte con Decreto in grado di tutti i rimedi ci ha accordato il Regio Demanio e la clemenza di Sua Maestà (D.G.) si è degnata di deferire alle nostre suppliche con accordarci quel Regio Assenso (Regalis Assensus et Consensus sit-Ferdinandus) che hanno domandato coloro che ci danno a mutuo il denaro pel prezzo del Feudo, essendo da valere anche in caso di devoluzione se si estinguesse la linea del nostro concittadino FILIPPO DI FRANCESCO SACCHETTA, a cui voi miei diletti Cittadini avete risoluto d'intestarlo".
Era necessario cautelare gli interessi dei mutuanti ed all'uopo gli Amministratori dell'Università, i Deputati del Demanio e quaranta particolari Cittadini benestanti fra i quali Carmine Romano, Giuseppe Si Stasio, Notar
Giovanni del fu Antonio Zeppa, Antonio di Ciriaco Zeppa, i dottori Ricciardelli, Di Stefano, Regina, etc.. nomi narono Procuratore dell'Università il "coscienzioso e dotto" DON GAETANO LOTTI, al quale concessero tutta la facoltà bastante "anche coll'alter ego, vices et veces etc." per stipolare i contratti di mutuo. Una parte del mutuo fu concesso da S.E. il duca DON NICOLA DI SANGRO e la rimanenza da Don Vincenzo Maria Carafa Cantelmo Stuard Principe di
Roccella "Difensore e Protettore della libertà di quella Popolazione" da estinguersi entro lo spazio di 30 anni con l'interes se "a titolo di mora, lucro cessante e danno emergente alla ragione del 4% e con la accensione delle ipoteche sulla proprietà di tutti i Cittadini" come correi, tanto per li beni presenti che futuri, che li medesimi possedono sì nel tenimento di detta Università come in altri lochi". Si constituì all'uopo il CONSIGLIO DEI SOCI presieduto dall'Arciprete Caruso, da tutti i Preti, dai Dottori del tempo, dal signor Antonio Lupo, Carmine Vecchilla, Mattia Miniello , Michele Coduti, Carmine Antonio Sacchetta, Nicolangelo Paoletta, Angelo Ciarmoli, Janzito e Gabriele Paoletti, i quali si recarono dal Notaio Don Ignazio Coduti di Montefalcone per obbligarsi verso i Creditori ed infatti "tacto pectore et tactis scriptis, ..... giurarono sotto la pena del doppio patto e sotto la clausola del Costituto(Sacchetta)".
Col 27 maggio 1782 ebbe fine il Feudo e cessò il ciclo delle violenze,  oppressioni e soprusi della tracotanza baronale in Montefalcone, grazie al "Regalis Assensus et Consensus di Ferdinandus", che se non fosse stato disturbato dalle idee rivoluzionarie importate d'oltre Alpi avrebbe finito col dare tutte le riforme che si richiedevano, per il bene del popolo".
L'Università di Montefalcone, che non aveva mai subito supinamente il potere che da secoli aveva sulle spalle, colse l'occasione propizia per correre alla riscossa, prima ancora che il regime feudale entresse in agonia, per annullare del tutto le prerogative ormai anacronistiche e divenute insopportabili, compiendo così un passo coraggioso verso l'abrogazione dei privilegi di classi e d'individui, che già d'allora non potevano più resistere all'ondata di riforme sociali, economiche e politiche.
Il grande avvenimento costituì la vittoria finale di una lotta secolare e sostenuta sempre con onore ed ardore, pur nei momenti di depressione. Fu, infatti, una bella vittoria ed una magnifica affermazione dell'autonomia municipale,
dell'imprescrittibilità e della inviolabilità dei diritti dei cittadini e della naturale eguaglianza delle leggi. Ma il Comune, toltosi l'incubo dello Stravino, non curò di pagare le somme prese in prestito ed i creditori provocarono l'esproprio dei
beni feudali per la somma di 27.936 ducati. Così il Duca di Sangro si rese padrone dei seguenti beni comunali: "Palazzo
diruto (il vecchio castello feudale), casa alla Ripilla, territori Stringarelli, Montagna di S. Luca, masseria Vallebona, territori Ferregna, podere Mulino Vecchio e casella dei Porci, Difesa, Porpono, Prato, Ischia, Giardino, masseria Stellara, territori Costa dell'Orso. Apertosi il giudizio di graduazione, per il prezzo di aggiudicazione
fu attribuito al Duca di Sangro; ma la Gran Corte Civile di Lucera, ordinando che fossero ridotte le spese di esproprio e di graduazione e che il resto si fosse diviso fra Duca di Sangro e quello di Bruzzano (quest'ultimo, rappresentante il Principe di Roccelle) in proporzione dei rispettivi crediti. L'istrumento fu rogato il 15 marzo 1827 dal Notaio Emmanuele Caputo di Napoli, ed avvenne fra i due suddetti Duchi la divisione degli immobili espropriati. Al Duca di Bruzzano furono assegnati i seguenti beni: Palazzo diruito, casa alla Ripitella, il territorio alla Scomunicata, il territorio ed il mulino adiacente alle Cesine, la montagna di San Luca ed il territorio Stringarelli, tutti gli altri beni furono attribuiti
al Duca di Sangro. Quest'ultimo restò ancora creditore di una ingente somma, per cui nel 1828 iniziò una seconda azione legale contro il Comune ed i cittadini obbligati. Non mancarono opposizioni da parte dei debitori e la Gran Corte di Napoli, con decisione del 18 agosto dello stesso anno, condannò il Comune a pagare il Duca Riccardo di Sangro, succeduto al padre, la somma di ducati 30.754, 06, oltre alle spese di giudizio. Questa sentenza fece mettere senno ai maggiorenni del Comune, i quali pensarono di soddisfare il Duca con i beni comunali e, ottenuta l'autorizzazione, fu
fatto l'istrumento dal Notaio Benedetto Conte di Napoli il 23 febbraio 1839. Il signor Albenzio Paoletti, nella qualità di procuratore del Comune di Montefalcone, cedette al Duca Riccardo, in soddisfazione del suo credito di ducati
37.079, 29 le tenute Gallizzi, Pagliano, e demani e una prestazione della semenza. Finirono così le contese del comune ed ebbe inizio la proprietà del Duca di Sangro. In seguito il Duca di Sangro vendette i predetti beni ai cittadini di
Montefalcone e dei paesi limitrofi; la vendita fu fatta dal Notaio Leonardo Capozzi, quale amministratore del Duca.