Museo della Civiltà Contadina - "Pro Loco Montefalcone"

Montefalcone raccontata dal Museo della Civiltà Contadina nell'Area del Fortore

Montefalcone Val Fortore è il paese del museo contadino,così è stato definito,così è conosciuto non solo in Italia ma anche all’estero. E’ un centro di origine medievale,come testimoniano i resti del Castello ancor oggi evidenti e la struttura del centro abitato. Era allora terra murata con tre porte di accesso: la prima dove è il Campanile di S. Maria “Orientale”, la seconda “Latrona” in Via Ponte e la terza “Porta del Castello” in Via S.Giovanni.
Il Centro storico,nonostante sia stato depauperato dai terremoti del 1960 e del 1980 e dall’evoluzone urbanistica degli ultimi venti anni, conserva molto del suo antico fascino e la sua impronta autenticamente medievale.
Il borgo appare tranquillo, quasi deserto,disposto a svelarci senza fretta angoli caratteristici con esempi di architettura spontanea di grande interesse, ripide e strette vie a scalinate dove un tempo passavano contadini,muli,asini,capre,maiali e pecore, ogni mattina prima dell’alba per raggiungere,anche dopo ore di cammino,il campo. Era l’ora questa di maggior traffico e chiasso del paese. Durante la giornata il paese appariva quasi completamente svuotato e addormentato per rianimarsi al vespro che era l’ora del ritorno e il banditore, con voce marcata e lamentosa annunciava l’arrivo in paese del “sanapurcelle” o l’intimazione di andare a pagare la “Fondiaria” o la tassa focatica. Vi spiccano le case dei contadini e degli artigiani costruite con pietre da taglio del torrente “Gallinella” con tetti coperti di coppi di terracotta di fattura locale; il seicentesco Campanile di S.Giovanni e il settecentesco Campanile di S.Maria ritoccati nel corso dei secoli; sui portali di diverso stile di pietra locale e di Roseto, alcuni finementi lavorati e decorati, si possono ancora leggere antiche date accanto a simboli semplici e misteriosi. Consigliamo al visitatore di addentrarsi nel Borgo S.Pietro e di soffermarsi nella visita dei vicoli di S.Nicola , di S.Pietro, di S.Maria e dei suoi tre vicoletti,sarà così immerso in un’autentica atmosfera medioevale.
Lo stemma dell’Università (Comune) è costituito da un falcone con tre monti. Il primo feudatario potè essere un Falcone, come dimostra la trascrizione medievale del nome : mons Falconis (monte di Falcone). La specificazione di Val Fortore vi è stata aggiunta con dcreto del 22/01/1863.
Sotto i Normanni, al tempo di Guglielmo II, fu feudo di due militi, come si legge nel Catalogo dei Baroni, sotto Federico II fu in possesso di Matteo de Lecto; successivamente appartenne al Casato Mansella, ai Caracciolo, ai Loffredo. Nel 1621 fu comperato da Andrea De Martino che morì senza eredi. La Regia Corte lo vendette nel 1645 a Francesco di Montefuscolo. Passò ai De Santis, nel 1780, divenne regio Demanio. Di poi divenne possesso del Duca di Sangro e del Principe di Roccella. Nel 1764 morirono per fame cento persone,un tomolo di grano costava dieci ducati,un tomolo di grano d’India (granturco) costava quattro monete d’oro.
Nel 1782 veniva istituito un Monte frumentario, in forza dl testamento del signor Grato Ianzito, per combattere l’usura del grano. Nel 1803 si apre il libro doloroso degli emigrati di Montefalcone . Quarantanove persone abbandonarono il paese che non forniva loro ilo necessario per vivere
Dopo aver fatto parte della Contea di Civitate, al tempo dei Normanni, del Principato Ultra sotto gli Angioini e della provincia di Foggia (1811), dal 1861 fa parte della provincia di Benevento.
Con l’unità d’Italia la piaga del brigantaggio si diffuse soprattutto in questa zona dove spadroneggiavano le bande di Michele Caruso, Carlo D’Addezio alias Catone e Leonardo Tulino.
Dopo il secondo conflitto mondiale, il 2 novembre 1943 scoppiò una rivolta popolare che si concluse con l’incendio del municipio e di tutti gli uffici pubblici.
E’situato a 852 metri sul livello del mare; dista dal capoluogo 42 Km; con l’ultimo censimento conta 2.200 abitanti ( oggi anno 2013 ne sono 1.650).
L’economia è povera, il tenimento montagnoso è atto alla semina del grano ,del granturco,dei legumi;pochi gli uliveti e i vigneti.E’ stat di forte intensità la corrente migratoria verso l’Europa, il Nord Italia e le vicine Puglie. E’ sede del Santuario della Mdonna del Carmine,patrona del paese, (in verità il santo patrono è S.Giovanni Battista),la cui festa si celebra il 15 e 16 luglio con grande solennità.Ha assunto grande importanza la festa dell’ospitalità nel mese di agosto.
Patria di Frà Marco dei Minori Osservanti,confessore di Carlo III d’Angiò e probabilmente di Niccolò da Montefalcone,letterato che ebbe rapporti con Boccaccio, nonché di Ennio Goduti, medaglia d’oro al valor militare nell’utimo conflitto mondiale e di Carmine Vecchiolla,medaglia d’argento nella prima guerra mondiale. E’ famosa per i costumi tradizionali delle sue donne,costumi che ancora oggi si possono ammirare in occasione delle sagre folcloristiche. E’ mercato settimanale il venerdì. Fiere: “Pompei” terza domenica di maggio,”Madonna del Carmine”16 luglio, “S. Innocenzo” quarta domenica di agosto, “s.Rocco” terza domenica di settembre, “Ringraziamento” quarta domenica di ottobre. Il comune è collegato con la provincia per mezzo di autobus. Ristoranti e trattorie sono comode e accoglienti.
Annualmente sono organizzate dall’Amministrazione comunale e dalle Associazioni numerose manifestazioni di interesse culturale e sociale. Le Associazioni presenti sono : Associazione Museo della Civiltà Contadina, Pro Loco, Arci,Coro Polifonico “Frate Francesco”, Circolo Caccia e Pesca e Circolo Morgante. (ora(anno 2013) le Associazioni presenti sul territorio sono: Associazione Museo della Civiltà Contadina, Pro Loco, Arci, Circolo Caccia e Pesca, Società Bocciofila, Associazione Culturale “Il Lonfo” e Confraternita di Misericordia.) 

Guida al Museo della Civiltà Contadina nell'Area del Fortore


Il museo della civiltà contadina nell’area del Fortore, con sede in Montefalcone di Val Fortore è un’istituzione scientifica e, nello stesso tempo, divulgativa, che raccoglie, conserva attrezzi agricoli artigianali casalinghi usati nel passato dalla popolazione della Valfortore, ” che sono stati definiti dalla nuova critica meridionalista monumenti di civiltà, preziose testimonianze di un passato vivo, reale,sofferto”. Fondato nel 1982 da Cosimo Nardi con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, sorse inizialmente come mostra e si trasformò in museo autonomo nel 1984.
Il museo è allestito nei locali dell’ex palestra delle scuole elementari e precisamente nel Rione S. Marco che secondo uno studioso di storia locale, sarebbe stato un piccolo centro abitato in epoca romana, mentre da una visita pastorale veniamo a conoscere che vi era una cappella di San Marco ed era in buone condizioni nel 1571.
Oggi qui sono esposti circa 3000 pezzi. Tra questi non mancano pezzi rari e pregevoli, vecchi aratri in legno,macine a mano e “ centimolo macinante a mulo del Magnifico Antonio Lupo” datato 1741 per la frantumazione del grano, una gigantesca macchina da pasta costruita dal “maestro d’ascia” Antonio Zigoli datata 1870 e un frantoio in pietra per frantumare le olive. Si tratta del più antico esempio di frantoio a forza animale che riproduce modelli già esistenti sotto l’impero di Roma.
Nessun aspetto della faticosa vita contadina è tralasciato: i caratteristici arnesi, recipienti da cantina, torchi di legno del secolo XVII; telai per tessere e tanti altri oggetti che si qualificano come la più completa raccolta esistente dell’attrezzatura agricola e artigianale dell’Italia Meridionale che illustra la storia dei contadini della valle del Fortore: lavoratori umani,ospitali,religiosi, e soprattutto le condizioni di vita incredibilmente povere, dalle quali emergono epoche remote dense di connessioni storiche, di tradizioni scomparse, di sistemi di lavorazioni nelle campagne vecchi di millenni, tali da poter ricostruire interi mondi etnici sfuggiti all’attenzione della cultura ufficiale. Utilizzando e confrontando ampiamente i risultati delle esperienze internazionali più avanzate i collaboratori del museo (Carmela Coduti, Rodolfo Vitale, Mario Figliola, Gabriele Pappone, Michele Belperio, Carmela Corso, Rocco Catapano, Maria Ida Del Re, Carmine Antonio Palumbo, Donato Conte) hanno codificato le forme e le dimensioni di tutti gli oggetti raccolti, i loro nomi (italiano e dialettale), le tecniche di fabbricazione, la data di costruzione, l’area di provenienza, l’uso e il nome del possessore.
Il museo desta sempre grande interesse nei visitatori stranieri e negli ospiti del paese. A Montefalcone giungono innumerevoli visitatori da tutte le regioni d’Italia, delegazioni straniere, gruppi turistici, escursionisti, personalità del mondo dell’arte, della cultura, della politica, dell’informazione, autorità civili, militari, intere scolaresche, persone di ogni ceto sociale. E tutti esprimono un senso di profondo rispetto e ammirazione.
Ogni sala è dedicata a un determinato tema. Richiama sempre grande interesse la sala del pastore transumante.
L’ampia esposizione ci guida attraverso i luoghi legati alla vita e all’attività dei pastori:
i tratturi (i tratturi erano le antichissime vie,larghe 111 metri che congiungevano le zone di pascolo estivo degli Abruzzi, del Sannio e del Matese con quelle del pascolo invernale del Tavoliere di Puglia),
i bracci ( i bracci erano piccoli tratturi che servivano da collegamento trasversale ai primi),
le poste ( le poste erano luoghi di riposo dove i pastori e le pecore passavano la notte),
i casoni ( i casoni erano grossi fabbricati, siti al centro dei pascoli, ove risiedevano il massaro e i butteri).
La vita di questi pastori è degna di nota.
I pastori transumanti di Montefalcone, dei pochi rimasti ancora in vita che sulle vie millenarie hanno scritto la loro storia, ci narrano che durante il mese di maggio sulle “vie dell’erba” transitavano migliaia di pecore, uomini e bestie da soma; sembravano eserciti in marcia, mancavano solo i cannoni,in testa ,a cavallo, il “ massaro; dalla Puglia si trasferivano sulle montagne del Fortore, o meglio negli Abruzzi e nel mese di ottobre intraprendevano la via del ritorno.
Il personale che accompagnava le greggi era inquadrato secondo un’antica gerarchia, con i suoi usi e con le sue costumanze.
Al di sopra di tutti c’era il “massaro”, da cui dipendevano i pastori,i pastoracchi, con incarichi di guardiania, i butteri e butte racchi che guidavano le bestie da soma, cariche di suppellettili pastorali, i casari che provvedevano alla fabbricazione del formaggio.
Il gregge a passo lento percorreva in media 20 Km al giorno, fermandosi nei punti prestabiliti detti “poste”, generalmente situati nei pressi di sorgenti o fonti d’acqua, queste ultime indispensabili sia per gli animali che per gli uomini. Qui i butteri allestivano le reti per chiudere il gregge, si procedeva alla mungitura, si misurava il latte con una crocetta di faggio “ a caterina” e il caciaro cagliava il latte con un rito di millenni, per fare formaggio e ricotta.
Scendeva la notte e i pastori dormivano a cielo aperto.
Sul fare del giorno si procedeva di nuovo alla mungitura e alla cagliatura del latte. Subito dopo i butteri caricavano sui muli pali,reti,caldaie, frangi cagliati,secchi e ogni sorta di suppellettili pastorali e il massaro a cavallo dava il segnale della partenza.
Si camminava per due settimane, a ogni sosta si ripetevano le stesse operazioni finché si raggiungevano i pascoli freschi delle montagne d’Abruzzo.
Ancora i pastori raccontano del dormire all’aperto assieme alle pecore “con un occhio solo”per difendersi dai ladri che assalivano e saccheggiavano le loro mandrie, di lunghi cammini, in mezzo agli incidenti di pioggia, di grandine, di bufere, di geli, d’incontri con i lupi e orsi che sbucavano dalle selve tra la nebbia, di febbre malarica, di maltrattamenti, di sfruttamenti e di anni di galera per delitti mai commessi.
L’unico alimento della giornata era il pane e formaggio. Alla sera i pastori mangiavano pane otto nell’acqua salata condito con olio d’oliva.
Qualche volta mangiavano un pezzo di “muscisca” cioè carne secca. Ed era il pranzo prelibato dei pastori, eppure era la carne delle pecore morte messa ad essiccare.
Un vecchio pastore montefalconese diceva che la transumanza era come la guerriglia che non finiva mai. Bisogna riconoscerlo, la vita del pastore era dura, piena di sacrifici, costretto com’era a passare sette mesi all’anno in Puglia e gli altri cinque sulle montagne, una sola parentesi nel cuore dell’estate si apriva con la festa della Madonna del Carmine (godevano di quindici giorni di riposo) e nella cantina di nonna Severina “alias ‘ a Calabrese”, tra un bicchiere e l’altro raccontavano la loro vita di transumante, quella che realmente i pastori vivevano tra le montagne d’Abruzzo, del Fortore e nelle pianure della Puglia.
Ma era una semplice parentesi dopo la quale i pastori ritornavano alla vita povera e dura di sempre.
Coronano l’esposizione l’albero del pastore,accanto al quale vediamo altri oggetti interessanti: stampi di legno usati dai pastori per fare le bambole e cavallini con la pasta di caciocavallo,tagliette usate per calcolare la razione del pane del pastore,pastoie,corni di bue usati come bottiglie per conservare l’olio, caldaie di rame usate per cagliare il latte.
Va rivolta speciale attenzione ai rari piatti in legno e cucchiai di corna di montone finemente lavorati e un secchio da mungitura, ricavato da un bossolo di cannone usato nel secondo conflitto mondiale; da oggetto di morte è diventato un oggetto di vita; qui si possono anche vedere gli indumenti del pastore: “guarda macchi”, gambali di tela grezza, cappelli e vestiti di panno abruzzese e tanti altri utensili.
 
Le sale
PRIMA SALA
Nella prima sala del museo, gli ospiti possono vedere cinque pannelli ,su cui sono esposti gli attrezzi della fienagione; grazie alla schedatura ed alle testimonianze contadine, si può avere un quadro generale e particolare delle nostre campagne e conoscere a quali periodi risalgono i materiali ed i metodi di raccolta del fieno, del trasporto e delle essicazioni.
Meritano attenzione le forche a forcella naturale uguali a quelle usate dagli uomini del neolitico.
Sempre qui si possono vedere gli attrezzi per la coltivazione dei campi usati per zappare, arare, spietrare, seminare, concimare e sarchiare.
Alle pareti cinque aratri di legno; asimmetrico con bure lunga con un solo versorio ad un’impugnatura, aratro di legno simmetrico con versorio e bure corta con attacco di ferro e bilancino uguali a quelli descritti da Virgilio nelle Bucoliche.
Seguono attrezzi dell’aratore (ualano) e una serie di aratri di ferro costruiti dai fratelli Verrilli di Castelfranco in Miscano, veri maestri del ferro che documentano l’evoluzione subita nel tempo da questo fondamentale strumento di lavoro.
Vi spiccano una serie di piantatoi, alcuni finemente lavorati e decorati con impugnatura a forma di gallo, che dimostrano il gusto artistico di alcuni contadini, usati per seminare il granone coltivato nelle campagne della Valfortore agli inizi del Settecento.
 La polenta così divenne il cibo quotidiano dei contadini, soprattutto durante la stagione invernale; e naturalmente non si verificarono più delle terribili “ morte per fame” del 1764 che colpirono tutto il Regno e la Valle del Fortore.
Nel 1923 si tentò di sostituire l’aratro di legno con quello di ferro, ma i risultati non furono positivi: l’accidentalità del suolo non permetteva di regola l’uso di aratri di ferro e non solo; il costo era molto elevato tantoché i “massari di campo” non li potevano acquistare, soltanto negli anni trenta i fratelli Verrilli, riuscirono a diffonderli fra i proprietari terrieri, mentre il resto dei contadini continuarono a coltivare i campi con la zappa e il bidente.
La tradizione orale ci narra che nel settecento e nell’ottocento i contadini della Val Fortore usavano zappe di legno, notizia che ha avuto riscontro nei documenti conservati nell’Archivio di Stato di Napoli.
Nella stessa sala sono esposti gli attrezzi per mietere il grano, trasportarlo trebbiarlo, vagliarlo e, conservarlo. Si apre con le falci dentate e non dentate, il corredo del mietitore: cannelli, il garmellaro, il grembiule di tela, le slitte per il trasporto dei covoni, rastrelli di legno da paglia, forche di legno a forcella naturale con tre rebbi, forche con regolo trasversale in cui sono fissati quattro rebbi piatti o tondi, pali di legno ricavate da un solo pezzo di legno, usate per spulare il grano, crivelli con fondo di latta bucherellata.
SECONDA SALA
Nella seconda sala dell’esposizione sono esposti cassoni di legno in due scomparti, cestoni fatti di strisce di canna a forma cilindrica con sportellino attraverso il quale si può far uscire il grano; seguono una serie di bilance e bilancini datati 1800 e 1900, stai da cereali di ferro e di legno, ventole per raffreddare il grano in fermentazione, tramogge usate per misurare il fitto dei contadini, correggiati con legatura a corda e a bastone spezzato in mezzo e ritorto usati per trebbiare i mucchi di pannocchie di granone,vaglio con fondo di fili metallici paralleli e concentrici, la mazzetta di legno,usta per contare gli stai di grano dei fittavoli, cofani, cesti a torciglione di paglia i cui anelli orizzontali sono intrecciati con strisce di salice con due manici laterali e tanti altri attrezzi.
I materiali esposti per arare, seminare e raccogliere mostrano che il lavoro dei campi era duro alla pari della pastorizia, la componente della manualità prevaleva dall’aratura alla trebbiatura senza essere compensata da sicuro raccolto.
Un contadino di Montefalcone mi dice: “ Avevo moglie e sei figli, non possedevo né casa, né terra, in tutte le case del paese c’era solamente miseria, non c’era lavoro, né terra da coltivare e né pane da mangiare. L’alimentazione consisteva in pane di granone, polenta, patate, cicerchie e fagioli….”con la misura”.
Tante volte, soprattutto d’inverno, andavamo a letto presto per attutire gli stimoli della fame. Non c’era un soldo di guadagno, trovavo un po’ di lavoro nelle terre di Puglia ove mi recavo per la mietitura e guadagnavo qualche lira.
Nel 1938 tenevo in fitto cinque tomoli di terra, pagavo per fitto un tomolo per tomolo cioè cinque tomoli di grano, per ogni tomolo di terra da zappare ci volevano ventiquattro giornate, per ogni tomolo di terra seminavo un tomolo di sementa. Nel migliore dei casi raccoglievo tre o quattro volta la sementa.
Non riuscivo mai ad avere il grano per l’inverno, per vivere ero costretto a prendere in prestito il grano dai proprietari, per ogni tomolo dovevo pagare un mezzetto cioè un tomolo e mezzo.
Era una vita disperata piena di privazione e soprattutto di astinenze. Solo nel vino trovavo sollievo da una vita senza speranza, spesso mi ubriacavo e picchiavo moglie e figli.”Era un po’ questo il mondo dei contadini della Valle del Fortore dove la povertà e le leggi della sopravvivenza avevano un peso determinante.
TERZA SALA
La terza sala è dedicata agli attrezzi per il trasporto da soma e sono: basti da mulo,da cavallo, ad asino con due arcioni di legno rivestiti di pelle di maiale e con cuscini di tela, imbottiti di pula, selle di vacchetta con telaio di legno e senza telaio, usate per cavalcare, uncini di legno a forcella naturale, legati agli arcioni del basto usati per trasportare la legna, cesti e corbelli fatti di strisce di canna con due manici di salice, usati per trasportare il letame e la sabbia, sacchi di canapa, usati per trasportare i cereali, bisaccia di tela fatta in casa, usata per trasportare il cibo dei contadini e delle bestie.
Sempre qui si trovano gioghi da corna, doppi gioghi da nuca, da asino,da cavallo, finimenti da carretti: pettorali,paraocchi,collari ornati di bellissime decorazioni, con borchie di ottone, sellini decorati con piastre lucide di ottone che rappresentano l’orgoglio del carrettiere o della famiglia gentilizia e tanti altri attrezzi.
QUARTA SALA
La quarta sala è dedicata ai mezzi di trasporto e sono: slitte piane con pattini paralleli, tregge, carri da montagna e da pianura con timone e ruote a raggi, usati per trasportare fieno, paglia, letame, pietre ecc.; carretti a due ruote e due stanghe usati dai commercianti per trasportare le merci, tre carrozze signorili, un calesse per il trasporto di persone.
QUINTA SALA
La quinta sala dell’esposizione è dedicata alla frantumazione dei cereali e si apre con le macine a mano, mulino macinate a mulo del Magnifico Antonio Lupo, datato 1741, come già detto, macina asinara di Angelo Ciarmoli del secolo XVII, mulino ad acqua con ruota idraulica orizzontale e gru di legno usata per alzare la macina ruotante quando si voleva affilare la sottomacina, del marchese Gaspare De Sanctis (1768), ultimo marchese della terra di Montefalcone, mulinello a mano usato dai contadini per macinare il grano di contrabbando durante il regime fascista quando i generi alimentari erano tesserati. Sempre qui sono esposte trappole da piuma, da pelo e da ratti.
SESTA SALA
La sesta sala è dedicata ai recipienti usati per fare il pane: madie ad uso credenze,radimadie,usate per pulire le madie, setacci usati per setacciare la farina, tavole da pane, mattarelli usati per fare la sfoglia: laccetti. cicatielli, e altri tipi di pasta. Sempre qui si trovano gli utensili da forno: pale di legno con manico corto e lungo usate per infornare e sfornare il pane, tira braci, attizzatoi,spazza forno,zappa con manico lungo tre metri usata per tirare le ceneri dalla sottostante fornace del forno e tanti altri utensili.
SETTIMA SALA
La settima sala è dedicata agli utensili da bucato: conche di terra cotta di antica fattura con cannello di scolo usate per la liscivia, catini e secchi di zinco, assi con scanalature, usati per sfregare la biancheria e tanti altri utensili. E qui vogliamo ricordare come la donna faceva il bucato, “ a culata”.
La donna metteva a bagno nell’acqua la biancheria, dopo la insaponava e la metteva in una conca di terracotta murata, oppure in un tino di legno, infine la ricopriva con una tela grezza detta ceneraccio, sul quale distendeva uno strato di cenere vagliata di quercia, versava acqua bollente con cui si scioglieva il carbonato di potassio che impregnava tutta la biancheria.
Si recuperava la liscivia che usciva dal cannello di scolo del tino o della conca di terracotta e, dopo averla riscaldata nella caldaia, la si versava nuovamente nel bucato: l’operazione durava una giornata. Infine la biancheria veniva lavata nell’acqua corrente di un ruscello, di un torrente o di un fiume lontani dal centro abitato e questo richiedeva lunghi viaggi che in media duravano un’ora o due. Lavata la biancheria le donne tornavano a casa con i panni, portandoli in capo entro cesti fatti di salici e strisce di canna, il lavatoio, “ u vallone”, era il luogo privilegiato per gli incontri, le chiacchiere e i pettegolezzi femminili,le notizie venivano interpretate , trasformate, arricchite, soprattutto quando si faceva il bucato della biancheria della sposa. Si trattava di un avvenimento che mobilitava tutto il vicinato per la pesantezza delle lenzuola nell’acqua.
OTTAVA SALA
L’ottava sala dell’esposizione è dedicata agli utensili da cucina che sono: pignatte di terracotta e di rame, con due manici uno accanto all’altro, usate per cucinare patate, minestre e soprattutto fagioli e ceci,paioli di rame di varie misure e forme con due maniglie e manici ad arco, usati per cucinare pasta, patate ,polenta, coperchi di legno e di rame, forchette, mestoli di rame e di legno, barili di legno,barili grandi da soma, catini di rame, conche di rame, brocche di terracotta a due anse, boccali di terracotta di varia forma e misura, bomboli di terracotta, barilotti di legno, bottiglie di vetro, fiaschi,giare di terracotta a due manici smaltate all’interno ed all’esterno capaci di contenere un quintale d’olio, blocchi di pietra di Roseto incavati a forma cubica e rotonda con due anse e coperchi di pietra e di legno, ziri di latta usati per conservare l’olio,brocchette di rame, vasi di terracotta smaltati all’interno ed all’esterno con due manici usati per conservare sugna, salami  ed altri cibi, piatti pugliesi, tegami di terracotta,smaltati all’interno con due coppie di prese, bricchi, una serie di caffettiere di forma e di grandezza varia, secchi di legno con manico ad arco e cerchi di legno, mastelli di legno, conche di rame usate per trasportare l’acqua e tanti altri utensili da cucina.
Merita particolare attenzione una brocca da acqua finemente lavorata datata 1864.
Sempre qui sono esposti gli accessori del focolare e sono: la paletta, la molla, il soffione di legno e di ferro e una serie di catene da caldaie usate per appendere i caldai sopra il fuoco, treppiedi e girarrosti e tanti altri oggetti.
NONA SALA
La nona sala è dedicata ai mezzi di riscaldamento: scaldini di rame con manico di legno e coperchio ribaltabile usati per scaldare il letto, preti a forma allungata e rotonda, bracieri di latta, di rame e di ottone, scaldi nidi terracotta e di latta, supporti da braciere usati per appoggiarvi i piedi e tanti altri….
DECIMA SALA
La decima sala dell’esposizione è dedicata ai mezzi d’illuminazione: lumi a petrolio, con cilindro di vetro e con lucignolo a vite,lucerne di terracotta con manico e beccuccio per il lucignolo, vaschette quadrate di lamiere con maniche ad arco a quattro lucignoli,dispositivi di ferro usati per appoggiare le lucerne,lanterne di ferro costituite da un cilindro bucherellato con coperchi conici, lucerne a petrolio ricavate da barattoli di pomodori, lumi a carburo, lanterne da forno, lanterne da carrozza e lumi da carrettiere.
UNDICESIMA SALA
L’undicesima sala è dedicata alla filatura e tessitura.
Nell’esposizione ci sono gramole, usate per pulire le fibre di canapa, pettini di legno usate per liberare le fibre di canapa  dalle ultime impurità, cardi di legno, usati per pettinare la lana fusi con rotelle di legno, rocche fatte di canna spaccata usate per filare, girella con cerchione leggero usata per fare le matasse, aspi a mano, di canna e di legno, arcolai di legno girevoli usati per aggomitolare lana e cotone, fuso ingranatore con volano di ferro, orditoio a cornice, usato per fare l’intreccio dei fili da tessere, gomitoli era fatta di canna usata per fare l’orditura, una serie di navette di legno usate per fare la trama, telai di stile medievale con panconi orizzontali e pale verticali usati per tessere. L’esposizione si chiude con un gigantesco telaio meccanico e tanti altri oggetti.
DODICESIMA SALA
La dodicesima sala è dedicata ai mestieri. Nell’esposizione ci sono gli arnesi dello scappellino, del maniscalco, del fabbro, del boscaiolo,del sarto,del fornaciaio,del calzolaio, dello stagnino, del corniciaio,del pastaio,del tornitore, del falegname, e tanti altri arnesi. Coronano l’esposizione due grossi mantici da fabbro usati per soffiare l’aria nella fucina.
L’esposizione mostra in maniera chiara che ogni mestiere aveva i suoi attrezzi specifici e molti artigiani li modificavano secondo le proprie esigenze, arrivando finanche a costruirseli.
Si facevano approntare il primo attrezzo e con esso si fabbricavano gli altri con le proprie mani. Gli attrezzi servivano loro tutta la vita ed erano lasciati in eredità ai figli che continuavano il mestiere.
I prodotti artigianali erano fatti con materiali tratti dall’ambiente circostante.
Il legno usato dal falegname era ricavato dai boschi locali, la terra usata dal fornaciaio o dal vasaio era la stessa arata dal contadino, la pietra usata dallo scappellino per fare pestelli, portali, colonne, conci era locale, la calce per fabbricare era locale, il corredo delle spose era fatto con canapa coltivata in loco. Gli artigiani erano attenti e sensibili ai bisogni della comunità.
Gli artigiani scolpivano nel legno o nella pietra un’emozione vissuta, un momento fondamentale dell’esistenza.
Un arcone nuziale, un vestito ricordavano il giorno felice delle nozze; un bossolo di cannone, da oggetto di morte, diventava un oggetto di vita: non si perdeva mai di vista la vita.
TREDICESIMA SALA
La tredicesima sala è dedicata al vino e all’olio.
L’esposizione si apre con i foraterra di legno e di ferro, usati per piantare i maglioli, coltelli ricurvi, falcetti ricurvi, roncole, forbici usate per potare le viti,pompe (alcune di antichissima fattura usate per irrorare le viti con solfato di rame), soffietti a mantice ed a forma cilindrica usati per cospargere lo zolfo sull’uva, panieri, cesti fatti con strisce di canne intrecciate con fondi di salici, casse di pigiatura a forma cubica ed allungata usate per pigiare l’uva coi piedi, tini a forma di tronco di cono usati per la fermentazione, ammostatoi a forcella naturale a due ed atre rebbi usati per abbassare le vinacce nel tino di fermentazione.
Meritano particolare attenzione due torchi di legno da vino e da olio con una vite ed a doppia vite datati 1700-1800.
Sempre qui sono esposti materiali relativi alla conservazione del vino: botti panciute e meno panciute, cannelle di canna, di legno e rubinetto di ottone usati per spillare il vino, imbuti di legno e di latta da botte e da damigiane usati per riempire le botti,le damigiane,i barili e le bottiglie, sportellini da botte usati per pulire le botti, recipienti da misura usati per misurare il vino, recipienti di legno e di latta usati per travasare il vino e tanti altri utensili da cantina.
Qui sono esposti pure gli attrezzi per potare le piante di olivo e per raccoglierle, frantoio a macina verticale con asse orizzontale e stanga con bilancino per animale da tiro, usato per la frantumazione delle olive, ceste di canapa usate per spremere la pasta di olive, presse di ghisa usate per spremere le olive frantumate, mastelli a forma di tronco di cono di varie misure usati per la chiarificazione dell’olio e tanti altri recipienti ed utensili.
L’esposizione del museo termina con una serie di fotografie raffiguranti gli insediamenti rurali della Valle del Fortore.
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