Montefalcone descritto da........... - "Pro Loco Montefalcone"

Cirelli Francesco ne"Il Regno delle due Sicilie scritto e illustrato" anno 1853

Cirelli Francesco ne"Il Regno delle due Sicilie sc...
MONTEFALCONE.

Comune di terza classe nel Circondario di Castelfranco, Distretto di Bovino, in provincia di Capitanata.
Dipende dal Giudice Regio di Castelfranco, dal Tribunale civile e criminale di Foggia, dalla C. C. Civile di Napoli, e dalla Diocesi di Ariano, il cui Prelato ha titolo di Vescovo, e risiede in Ariano. L’officina delle poste e dei procacci è in Bovino.

Configurazione.
Questo Comune che è l’ultimo della Capitanata dalla parte occidentale, verso il nord - ovest è diviso dal tenimento di Foiano, Comune appartenente al Contado di Molise, mercé un torrente detto vallone di S. Pietro; verso il sud - ovest confina col tenimento di S. Giorgio la Molara e per buon tratto è limitato dal vallone Mazzocca: al sud - est confina coi tenimenti di Castelfranco, e di Ginestra’ ed al nord - est con quello di Roseto.
Dista dai Capoluogo del Circondano miglia quattro all’incirca; da quello del Distretto miglia diciotto da quello della provincia miglia trenta,; dalla sede del Vescovo miglia dodici; dalla Capitale del Regno miglia cinquanta per la strada di Benevento: il punto più prossimo dellastrada regia è nel Vallo dl Bovino immediatamente al .sotto del Comune di Greci.

Aspetto.
Sul declivio di un ampio colle che dalla occidentale e molto elevato , sorge questo Comune soldo basi di rocce calcaree. L’abitato dalla parte di te si presenta in figura triangolare. Verso il colle superiore parte del paese, lo sguardo trova a spaziarsi, rendendosi visibili i monti di Terra di Lavoro, degli Abruzzi, della Basilicata, e della Capitanata. Da ogni parte poi è visibile un’antica torre la      quale par che rammenti un vetusto patrio propugnacolo.

Origine e storia.
Quando di una terra abitata non si trova accenno in niun libro di geografia antica, o d’istoria o di corografia; ovvero passaggiere menzioni soltanto se neleggono, dalle quali niuno argomento può trarsi della origine, allora per lo più sorgono curiose patrie tradizioni che attribuiscono a quella terra una origine favolosa, e talvolta eroica. Non disconveniamo che talvolta la tradizione è la migliore ausiliaria della storia; ma perché se ne possa far conto, conviene con rigorosa critica decifrare il vero dal falso, il probabile dall’improbabile , depurando le popolari tradizioni da quel municipalismo che le altera: diversamente si scriveranno storie ideali e fantastiche, come le tante volte è avvenuto. Or di Montefalcone non si trova menzione alcuna negli antichi scrittori. Da ciò due conseguenze: una più consentanea al vero, ed è che nei tempi in cui quegli autori scrissero, questa Terra non avesse una esistenza civile: 1’altra sostenuta dalla supposizione tradizionale di quei naturali è che 1’ origine di Montefalcone risalga a tempi remotissimi, e si disperda nella notte dei secoli. Ma come supporre in questo secondo caso che gli antichi scrittori non investigassero le notizie anteriori a’ loro tempi, e non tramandassero a’ posteri anche le più deboli tradizioni? Conchiudiamo adunque che nulla si conosce dell’origine di questo paese.
Son pure diverse e curiose le investigazioni tradizionali sulla etimologia del nome. Alcuni dicono fosse stato imposto dal suo fondatore di cognome Falcone ; altri perché quivi vi annidavano a torme gli uccelli di questo nome; altri per la disposizione delle case che offrono la figura dl un volatile con le ali spiegate,come se il falcone fosse l’uccello per antonomasia; altri congetturano essersi così chiamato dal vicino monte Gallizio tramutato poi, e non comprendiamo per quale analogia, in quello di falcone finalmente per qualche uccello di questo nome ritenuto come favorevole auspicio di questo paese si gettavano le prime fondamenta. La seconda congettura a noi sembra la meno improbabile.
Si ha pure da costante tradizione che nei dintorni di questa Terra vi erano vari casali, cioè S. Luca dove esisteva un Monastero dell’Ordine eremitico di S. Agostino, e fra i cui ruderi sono stati rinvenuti molti arredi sacri; S. Marco, S. Lorenzo, S. Cristofaro, S. Angelo e CastelIo dove oggi è propriamente situato Montefalcone; e che dagli abitanti di detti casali e per. tremuoti e per altre cagioni emigrati si venne ad abitare il detto Castello Montefalcone, sicuro propugnacolo alle aggressioni nemiche, perché cinto di mura, con tre sole porte, una cioè al campanile di S. Maria, detta orientale, l’altra detta Latrona, nella contrada Ponte; e la terza finalmente nel punto detto S. Giovanni, chiamata porta del castello. I ruderi tuttora esistenti fanno ritenere questa tradizione per veridica; e noi maravigliamo come il dotto e solerte scrittore Tommaso Vitale, nella storia di Ariano e sua diocesi, abbia omesso d’investigare le condizioni monumentali di questo Paese e suoi dintorni; avvegnacchè il suo silenzio su questo particolare potrebbe offendere alcune realita che appoggiano la costante tradizione.
Intanto il Vitale medesimo non tace del castello baronale esistente in Montefalcone, oggi (come egli dice) col demanio pervenuto alla università; e ne fa pure conoscere che ivi in una lapida fregiata di molti lavori d’intaglio, e che doveva servire di architrave di porta, leggonsi incise le seguenti parole:
Hoc opus conditum fuit Ferdinandi tempere Regia
MCCCCLXXXVII Feliciter erat amen.
E sulla porta della scala dello stesso castello
A. D. MCCCCLXXXVIÌ.
Da un lato di questa porta vi si vede inciso in pietra uno stemma con in mezzo un pesce; e nel lato opposto avvene un altro consistente in uno scudo, con un leone in piedi.
Il cronista Falcone Beneventano, descrivendo l’accampamento di Rainulfo vicino al castello del Tufo, ad oggetto di assediano, fa parola dei soldati a piedi ed a cavallo riuniti da Giordano famoso conte di Ariano, che si recavano sopra il castello di Montefalcone, poco lontano dal padiglione ed accampamento di Rainulfo; ma ben si appone il Vitale osservando esser questo un errore dei copisti , dovendo invece leggersi Montefacione, che è propriamente vicino a quel del Tufo, mentre Montefalcone ne dista più di venti miglia.
Dalla iscrizione surriferita non possiamo con certezza dedurre che il castello sia stato edificato in tempo di Re Ferdinando d’Aragona; tanto più che la lapida su cui leggesi la epigrafe suddetta, si suppone che dovesse servire di architrave di porta nel castello , ma in effetti non fu mai vista situata in niuna parte di questo edifizio.
Noi nulla volendo togliere alla probabilità che il castello un’opera fosse di Re Ferdinando d’Aragona, ai tempi del quale sappiamo che molte di tali opere furono costruite in vani punti di questo Reame; crediamo di doversi pure tenere in qualche conto la tradizione patria, la quale attribuisce la fondazione del castello medesimo a Federico Barbarossa, ad oggetto di averlo siccome luogo di sfuggita nelle vicende guerresche. Eravi in detto castello un sotterraneo cammino che si dilungava per circa un miglio e mezzo. Si scorge tuttora il sito dove tal cammino sboccava, e vien distinto da quegli abitanti col nome di grotta.
Nel 1809 detto castello fu demolito da un’orda di assassini, della quale era antesignano un tale Tommaso Quartucci, naturale di Montefalcone. A ciò, fu indotto dal timore di poter essere da. quel sito offeso o turbato nei suoi criminosi disegni. Egli nutriva un sentimento di vendetta contro la famiglia de Mattheis ed altri suoi compaesani. Simulò amicizia ed affetto alla patria, ai parenti, agli amici. Ebbe quindi libero accesso nel paese, e dopo un banchettare che ad un’orgia rassomigliava, togliendo dal viso la maschera della simulazione, si recò difilato, in unione dei suoi depravati compagni nella casa de Mattheis, dove al saccheggio unirono ogni altra maniera di misfatti. Uccisero barbaramente il capo di famiglia a nome D. Vincenzo, e lo gittarono nelle fiamme delle quali era già preda l’intera casa. Portaron seno loro due altrifratelli dell’ucciso, uno Minore Conventuale, 1’ altro sacerdote secolare, che in compagnia di altri compaesani furono moschettati infamemente in luogo fuori 1’ abitato, dopo di aver posto a sacco le case delle famiglie più agiate del paese. Coloro che furono trucidati, invano chiesero il conforti della Religione efferata barbarie della quale ben doveva essere imminente il. castigo del cielo; e infatti dopo pochissimi giorni il Quartucci e suo cognato Salvatore Pauletti, che erano i più formidabili assassini e motori delle operazioni dell’Orda, furono catturati e trascinati appesi alla gola de’ cavalli per le strade del vicino Comune di Baselice, dove trovavasi il colonnello Galloni, lasciando la vita infame tra le ripercosse dei ciottoli di quelle angustissime vie.
I Montefalconesi sostengono per la loro patria il titolo di città, ed adducono le seguenti ragioni:
1°Che i Regi governatori che vi si destinavano, venivano nominati a governatori della città di Monte falcone.
2. Quando nel.1796, per munificenza sovrana si accordava la celebrazione di un’annua fiera, il Comune veniva additato col nome dl città. Non sono deboli motivi questi per potersi Montefalcone intitolare città, comunque si voglia dire che non abbia se non una importanza di vassallaggio nel lungo corso della vita feudale della quale or ora terremo parola. E siccome non avrem che aggiungere a quanto su questo particolare ha riferito 1’istoriografo di Ariano, noi non facciamo, che riportare, o talvolta riassumere le sue stesse parole.
Nel Catalogo dei baroni che contribuirono alla spedizione di Terra Santa a tempo di Re Guglielmo secondo leggesi Domina Montis Falconis. senza esprimere alcun nome, che dal Vitale non ha potuto essere verificato: quindi come questa feudataria si appellasse resta tuttora ignoto.
Matteo di Letto, prima dell’anno 1270, possedevalo con Montecalvo e Castelfranco, come si legge nel registro di Carlo I d’Angiò.
Perticusa di Letto, moglie di Bartolomeo Tocco, qual figlia ed erede di Matteo, ebbe quindi il dominio dei suddetti feudi.
Margherita di Tocco, loro figlia, maritata con Giovanni Monsella, a costui portò tutta la eredità paterna, e per ragione di detta Perticusa sua madre gli portò anche il feudo di Montefalcone. Anno 1289 (2).
Nel 1440 era signore di Montefalcone un tal Giannotto come leggesi nel giornale della storia di Napoli che si conserva dal Duca di Monteleone; in cui trovasi anche registrato che in detta Terra fuvvi Alfonso I di Aragona Re di Napoli; poiché dopo aver riferito che il Re Renato venne in Carpignano ad abboccarsi col Duca di Bari, dice che il Re Alfonso andò alle Terre del Conte di Avellino Trojano Caracciolo, e tutte le mise a sacco, e fu poscia a Montefalcone; e benché Giannotto Signore di tal luogo fosse fedelissimo al Re Renato, fu costretto dai suoi a rendersi al Re Alfonso.
Beatrice Caracciolo vi signoreggiava col titolo di baronessa nel 1520.
Nel 1545 n’ era feudatario Pietro Caracciolo, il quale trovasi notato nella tassa allora imposta a’ baroni. Emerge dagli atti dei patronato dell’Arcipretura che nel 1504 Montefalcone veniva posseduto da un tal Pippo Caracciolo. Questa notizia è così riportata dal Vitale senza serbare 1’ ordine cronologico, e non comprendiamo come egli dica le seguenti parole, senza sapere, se sia quell’istesso di sopra notato, o pur diverso, mentre prima non si trova di aver fatto menzione di Pippo Caracciolo. Intanto troviamo che ad un Viro Pappo Caracciolo il feudo di Montefalcone fu venduto nel 1470 dal fisco (Decreto dei 24 settembre 1470.)
Era padrone di Montefalcone nel 1564 Ferrante Piccolomini.
Passò quindi in dominio dei Signori Loffredo. Dall’istromento di possesso conferito a Cicco Loffredo, marchese di Trevico, stipulato per Notar Ovidio Juffradella di Ariano a’ 25 giugno 1585 , rilevasi che dal marchese Ferdinando padre di Cicco, Montefalcone erasi per permuta. ceduto a Pirro Loffredo padre di Francesco; e che con sentenza del 25 maggio dello stesso anno, dal S. R. C. fu ordinato a Francesco di rilasciare il feudo al suddetto Cieco; come apparisce da detto istromento e dalle provigioni originali firmate dal Commissario regio consigliere Vincenzo de Franchi:.
Nel 1576 veniva posseduto da Francesco Loffredo, cavaliere di S. Giacomo de Spada. Dal detto processo di juspatronato, pag.82, si rileva che ne fosse italo barone inseguito Ferdinando Loffredo marchese di Trevico; e negli anni 607 al 1609 trovasi notato nel suddetto processo, pag.97 e 105, come barone di questo comune, Cicco Loffredo Juniore, marchese di Trevico, figlio di Ferdinando dimorante in Zungoli.
Dal marchese dì Trevico fu venduta questa Terra nel 1645 ad Andrea di Martino, di cui fu successore il figlio Scìpione di Martino, ma questi essendo morto senza figli, e senza altri prossimi parenti che potessero succedergli, il feudo di Montefalcone fu devoluto alla Real Corte, e divenne di allodiale.
 A 4 gennajo 1645 la Corte vendè Montefalcone a Francesco Montefuscoli, cui fu conferito il possesso da Carlo Paolucci allor Commessario della Regia Camera, come dalistromento per Notar Lorenzo Spada di Apice, dogli 8 novembre 1645
Nel 1651 si trova notato padrone dl questa Terra Giuseppe Montefuscoli fratello di Francesco.
Nel 1687 al 1692 n’ era barone il Dottore Aniello Montefuscoli (2).
Nel 1696 n’ era baronessa Lucrezia Montefuscoli figlia di Aniello. Pel matrimonio di costei con Antonio de Sanctis, Uditor generale dell’esercito, passò Montefalcone in dominio di quest’ ultima famiglia.
Francesco de Sanctis, figlio primogenito di detti conjugi, ebbe il titolo di Marchese di Montefalcone; e finalmente passò in potere di Gaspare de Sanctis che ne fu l’ultimo possessore di questo cognome. Costui con testamento del 1770 istituì erede fiduciario di Montefalcone e di tutti i suoi beni il suo avvocato Pietro Stravino vassallo del Duca di Maddaloni; commettendo alla fede di costui l’impiego di tutte le rendite in opere di pietà, come a voce gli aveva comunicato. Nei beni puramente feudali istituì erede l’illustre Marchese D. Vincenzo Capece suo nipote, gravandolo però dell’intero prezzo del feudo a favore dell’erede fiduciario Stravino. Ma mentre costui credeva di potersi già rendere despota di tutto l’asse del marchese de Sanctis, le sue speranze restarono deluse, poiché i fratelli Capece, dietro giudizio sostenuto presso il Sacro Regio Consiglio, riuscirono a far dichiarare nullo il testamento, essendosi riconosciuto il testatore decrepito ed insensato. Questo litigio durò fino al 1780.Allora fu che I cittadini di Montefalcone, stanchi pure delle oppressioni esercitate dallo Stravino, e delle oscenità commesse dal figlio di costui Giacomo., domandarono, poiché il feudo veniva esposto venale, di esser preferiti nella compra; ciò che fu a loro ceduto con decreto del Tribunale della Regia Camera. Se ne pagò il prezzo con danaro preso a mutuo dal duca di Sangro, e dal Principe di Roccella, e l’università ne prese il formale possesso per mezzo di un Barone eletto, qualità pel momento venne conferita ad un tal Filippo Sacchetti di Montefalcone, colono, con dodici figli condizione necessaria per la scelta), il quale all’oggetto fu vestito delle insegne baronali, con parrucca, spada e bastone, cetebrandosi in tal circostanza una gran festa con fuochi artificiali, ecc.
Attualmente il feudo di Montefalcone è posseduto dal Duca D. Riccardo di Sangro, avendolo suo padre ottenuto per espropria, a cagione del mutuo non soddisfatto dall’Università; e que’ naturali debbono essere, e sono riconoscentiverso questo Signore, il quale ajuta e favorisce molto i poveri coloni con la prestanza dei cereali che essi poi restituiscono con lievissimo agio.
Il Vitale non fa menzione nè di Gaspare de Sanctis, nè di Pietro Stravizio.

Fabbricato.
Non sappiam definire al giusto se al di sotto, o al di sopra della mediocrità vadano considerati gli edifizii di questo Comune in generale, e quelli che si dicono più distinti tanto pubblici che privati. Certo è che in niuno di questi ultimi abbbiam trovato cosa degna dl osservabile.
Fra i pubblici è mestieri far menzione delle
CHIESE
Di esse la prima è la Badiale sotto il titolo di Santa M. Assunta, la quale offre all’aspetto una mediocre architettura, ma fa desiderare migliori condizioni dì solidità. E capace di circa 1500 persone. Fu ampliata nel 1687, ornata di un Cappellone ; riampliata nel 1802, ed abbellita nel 1816. Di forbito marmo è l’altare maggiore, e di marmo son pure gli altari della Concezione, e del Sacramento: tutti i rimanenti sono di stucco.
La chiesa di S. Filippo Neri non è molto grande, ma bella. Vi si trova un capo - altare molto migliore di quello pregevole della chiesa Badiale. È capace questa chiesa di circa 400 persone. Vi sorge accanto un bel campanile di oltre cento piedi di altezza. Edificato nel 1644, demolito nel 1751, ed in quel medesimo anno riedificato nel modo come ora si vede. Si conserva nella chiesa medesima il corpo di S. Innocenzo Martrre, verso il quale grande è la divozione degli abitanti.
La chiesa del Purgatorio è fra le altre la meno importante. È di dritto padronato comunale. Ivi convenivasi nelle feste civili per le debite funzioni; ed i Parrochi nelle sacre cerimonie erano obbligati a deporre la stola, venendo la reggenza affidata per turno ad uno dei preti, ad incominciar sempre dal più vecchio.
Bella e maestosa era la chiesa matrice arcipretale sotto il titolo dei SS. Apostoli Pietro e Paolo. Di ammirevole architettura, contava vani altari di marmo, per materia e per lavoro pregevolissimi. Decentemente ornata, a tre navi, era sufficiente all’esercizio del culto dell’intera popolazione; ma surse il desiderio di renderla più maestosa sostituendo una volta massiccia al soffitto di legno, I’ anno 1805; e da ciò la cagione del suo decadimento; poichè il tremuoto avvenuto nell’anno dopo, trovandola non ben consolidata ed asciutta, la ridusse a male, sicché se ne stimò necessaria la demolizione. E ora comune speranza di veder riedificato, e più sontuosamente, questo tempio; e già vistose volontarie offerte all’obbietto vi sono; e per sovrana munificenza gli annui comunali ratizzi dovuti dal Comune alla provincia sono stati invertiti per quest’opera fino al suo compimento.Avvi una chiesa. rurale, sotto il titolo del Carmine, che merita particolare attenzione per la sua architettura, per la origine, per la bella colossale statua della Vergine del Carmelo, e finalmente per la concorrenza .devota dei fedeli non solo del Comune, ma ancora dei paesi vicini, e dei lontani puranco. Fu questa chiesa edificata da un devoto cittadino, che per avventura rinvenne in quel sito una. statua di pietra indicante la. Vergine del Carmelo, la quale venne poscia situata sul limitare della porta della Cappella che vi fu edificata, ove tuttora esiste. Ora la chiesa è tanto spaziosa da poter capire circa mille persone, ed è ben tenuta per cura di due romiti, i quali ben vivono con le sovvenzioni dei divoti.

Comunità religiose.
Non ve ne sono. Nell’ elenco dei Monasteri dell’Ordine eremitico di S. Agostino, che leggesi come appendice a quelle costituzioni stampate, fra i conventi della Congregazione Dulcetana di Puglia, si trova registrato un Convento colle parole: Montefalconem, e dicesi che detto monastero fosse situato nel casale di S. Luca, di cui abbiam fatto accenno.

Congregazioni, e Confraternite.
Esistono nella chiesa arcipretale tre confraternite privìlegiate con diploma apostolico; la prima del SS. Rosario, la seconda del Corpo di Cristo, e la terza del SS. Gesù. i beni di queste Confraternite sono stati incorporati alla Beneficenza. Vi son pure due congregazioni spirituali, 1’ una sotto il titolo di S. Michele Arcangelo, di cui si sou dispersi i documenti, i’ altra di 5. Filippo Neri sotto il titolo del Monte di Morti, la quale venne installata il 1627, e poscia privilegiata sotto Benedetto XIV il 1718; e finalmente confermata dal regio assenso di Carlo III Borbone nel 1753.

Stabilimenti di beneficenza.
Nel 1784 un tale Grato Tanzito cittadino di Montefalcone istituiva per testamento un monte frumentario e pecuniario , cui fu dato il nome di Monte Tanzito, cori dotazione di tomolì 1500 di grano, e di ducati 52,62 di rendita. Ognuno penserebbe che la condizione di questo Monte, opera della beneficenza di un cittadino, dopo tanto trascorrere di tempo, dovesse trovarsi molto migliorata; ma, per quanto ci venne detto, la sola rendita rimane la stessa ; in quanto al monte frumentario, anziché aumentare, è ridotto a soli 500 tomoli: effetto naturalmente di non buona, o di trascurata amministrazione.

Camposanto.
E nel suo cominciatnento.

SUOLO
Il territorio di questo Comune ascende a moggia 12163.
La rendita imponibile è di circa ducati 20000.
La fondiaria totale è di ducati 3854 e 34 grana.
Il Comune non ha beni patrimoniali. Agli esiti della comunale amministrazione in ducati 1646 si provvede col dazio sul macino, colle privative, e con altri balzelli che i bisogni e le circostanze diverse richiedano.

Geologia.
La condizioni geologiche di questo Comune sono ad un dipresso simili a quelle di Castelfranco.

Idrografla.
Nei tenimento di Montefalcone sorge un torrente che unito ad altri danno origine al fiume Fortore , come abbiamo osservato nella Monografia del Circondario di San Bartolomeo in Galdo, vol. VIII, fas. I., pag. 2. Parte del territorio vien pure bagnato da un vallone detto di S. Angelo, e da unaltro detto di Mazzocca, entrambi i quali, dopo aver transitato il tenimento di Ginestra, confluiscono nel fiume Mescano nei confini di Montecalvo, e Casalbore. Vi ha pure un lago dette Lago Miqnatte, dal perché vi si trovavano ottime sanguisughe, le quali furono da pochi anni distrutte dalla mano dell’uomo, che per pescare le anguille gittava dentro quelle acque la calce micidiale a quegli anellidi. Ora però sembra che incominci no a riprodursi. Detto lago è distante dall’abitato circa due miglia, ed ha un diametro presso a poco di venti passi.
Vi sono nel tenimento di questo Comune, e quasi tutte vicine all’abitato, meglio che ottanta fontane, tutte di acque perenni, potabili, e di ottima qualità. Ve ne è alcuna che dal paese dista due miglia, altre un miglio; ma la maggior parte possono dirsi quasi d’accanto all’abitato.

POPOLAZIONE
La popolazione di questo Comune ascende a 3978 individui.

Clero.
Vi sono sette sacerdoti, fra’ quali un Arciprete cd un Economo curato per la Chiesa Badiale insigniti di cappa e rocchetto fin dal 1800. con diploma del 15 settembre detto anno. La rendita è tutta avventizia, ed ascende ordinariamente a ducati 240 annui.
Il Clero di questo Comune rammenta persone ragguardevoli. fra quali D. Gennaro Caruso che fu canonico della Cattedrale di Ariano e rettore di quel Seminario; D. Tommaso Carusoemerito Arciprete della chiesa Montefalcone; D: Pietro Paolo Goduti, Arcidiacono nel Capitolo di Ariano; D. Tommaso Lupo tesoriere nella Cattedrale, insigne oratore; D Saverio Miresse molto versato nella classica letteratura , e zelante ministro apostolico; D. Paolo Pucci che veniva tolto a’ viventi nominato appena arcivescovo in Salerno; D. Giuseppe e D. Teodoro Lacchetti , unoarciprete in Ginestradegli Schiavoni, e l’altro Abate nella propria patria, ambedue distinti per abilita e zelo apostolico; D. Gennaro e Michelantonio Pauletti; D. Giuseppe Ricciardelli D. Giuseppe e D. Antonio Maria de Mattheis¸ P. Alessio Pauletti; D. Francesco Saverio Dote, D. Anastasio Antonucci. Tutti costoro han lasciato di sé ottìma fama tanto in fatto di coltura, che di morale e di zelo nell’esercizio del loro ministero.

Impieghi
Municipali:
Un sindaco; dieci decurioni; due eletti; un cancelliere archivario con un commesso, e due serventi.
Giudiziarii: 
Un supplente; un Conciliatore.
Finanzieri :
Un Cassiere comunale; un Esattore della fondiaria; due venditori di generi di privativa.
Ramo sanitario:
Un medico e chirurgo; un chirurgo cinque salassatori; due levatrici; farmacista niuno.
Professioni, arti e mestieri:
Legali, notari, niuno. Pittori e scultori miuno. Si ha però rimembranza dei signori Giuseppe e Fedele D’Onofrio padre e figlio, ambedue Scultori , i quali han lasciato fama di buoni artisti. Della loro valentìa sono testimoni non perituri le opere tuttora esistenti in Lucera , in Roseto, in San Bartolomeo, in Ariano ed in altri paesi, e soprattutto in Montefalcone, dove trovasi maggior numero di lavori da essi eseguiti.
Commercianti num. 15 ; agrimensori ceduati , uno; stimatori di campagna 2; sartori15; calzolai 14, fabbricatori 18; barbieri 6 ; scarpellini 1, embriciai 7; cariminatori di lana 7; ferrai 8; Mugnai 2; bottegai 4; fornaciai di calce 3. Il resto della popolazione è composta di coloni e bracianti, eccetto una classe che vive col ritratto delle proprie rendite ed industrie.

Movimenti della popolazione.
Nel Corso di dieci anni cioè dal 1843 al 1852, furono celebrati in questo Comune n. 342 matrimoni» . dai quali nacquero n.1504 individui, 806 maschi, e 698 femine.
Nel corso del detto decennio morirono n. 1235 individui, cioè 655 maschi, e 583 femine, essendovi stato un aumento di 266 individui in dieci anni,
E avvertibile che dei 1238 morti, 721 appartengono alla classe dei fanciulli meno di anni sette: proporzione spaventevole, che dove più, dove meno abbiamo verificata nei Comuni percorsi. Nella Monografia dei medesimi alcun che abbiam detto sulle cagioni, e sui rimedii che dovrebbero essere adoperati.

Emigrazioni.
Sono frequenti; ma frequentissime erano nei tempi passati.

Fecondità.
Fecondissime sono le donne di Montefalcone. Varie fra esse han dato alla luce 24 figli: molte ben sorpassato il n. di 12, moltissime ne han dato dieci. Quasi niuna è sterile.Alle favorevoli condizioni fisiologiche delledonne di questo Comune, le quali per validezza, venusta, e bella conformazione non sono seconde alle più’ belle, e ben conformate appule donne, si aggiunge per cagione di tale fecondità, oltre alla bontà del clima, l’uso di passare a marito in tenera età.

Epoca delle nascite.
Il maggior numero delle nascite avviene nell’inverno, e ciò si attribuisce al ritorno dei pastori dalle Puglie in tempo di primavera, molti essendo i naturali di questo Comune addetti a tal mestiere.

Proietti.
Niuno se ne vede notato nel corso del decennio.

Longevità. Nel corso del decennio parecchi individui hanno oltrepassato il nonagesimo anno, moltissimi son morti ottagenarii.

Emmenologia , Emmenopausa
In generale ha luogo la prima al 14° anno, comunque in alcune si protragga fino all’anno 16°. La seconda, salvo i casi eccezionali, avviene ordinariamente dai 45 ai 50 anni.

Qualità religiose.
Sono gli abitanti di Montefalcone entusiasti per solennizzare le festività religiose e grandissima è la devozione che hanno per la Madonna del Carmine. Tuttocché lontana circa 160 passi dall’abitato la chiesetta dove si venera, pure vi ha di molte persone che si recano perennemente una e due volte al giorno a visitarla, anche nell’inverno, e non ostante il cattivo tempo. La festa che vi si celebra è la più sontuosa fra tutte. Il popolo accorre costantemente alle funzioni chiesastiche , e contribuisce facilmente per ogni opera di culto.

Qualità morali.
L’amore per la fatica depone in generale a favore delle qualità morali di una gente ; ed in Montefalcone i campagnuoli e gli artieri si mostrano laboriosi; ma nel tempo stesso amano il giuoco, la crapula, donne altri vizii ancora. La pubblica morale ha quindi bisogno di essere sorvegliata, acciò al suo meglio si avvii quella popolazione. E non solo ai Ministri della Religione, ed a coloro che esercitano uffizii civili; ma vorremmo raccomandare la condotta della classe più numerosa alla gente più civile ed agiata del paese, perché coll’esempio ne operassero il miglioramento. Soprattutto poi badar si dovrebbe ad eliminare il dominante sentimento della vendetta.

Qualità intellettuali.
L’ingegno dei naturali di Montefalcone è svelto ma in generale non ha grande svolgimento per mancanza d’istruzione. Vi è un maestro primario pei maschi, ed una maestra per le femine, che insegnano i primi rudimenti delle lettere e dell’aritmetica, ed il catechismo religioso.

AGRICOLTURA - COMMERCIO
Stato attuale dell’agricoltura. I coloni di Montefalcone han fama, non sappiamo se meritata, dj essere buoni agricoltori , od ottimi pastori. Noi concediamo loro il secondo titolo , sapendo per vero che. moltemasserie armentizie della Puglia sono regolate e diretto da naturali Montefalconesi.
In prova poi che l’agricoltura non sia ben rnanodotta dai coltivatori di Montefacone, basta vedere la non curanza pel concime , che non usano , o malamente usano. ordinariamente facendolo deperire o rimanere inutilmente ammonticchiato nei dintorni del paese.
Di prati artificiali e marcitorii non si ha notizia.
 
 
 
 
 
STATO DEI PRODOTTI NEL 1852
GENERI
QUANTITA’ RACCOLTE
CONSUMO PER VITTO E SEMINA
MANCANZA
AVANZI
Grano Tom.
18.000
17.800
 
200
Granone
2.000
2.000
 
 
Legumi
1.000
1.020
 
 
Biade
2.000
2.000
 
 
Castagne
20
 
 
 
Olio, cantaja
1
 
(1)
 
Vino, barili di caraffe 40 (2)
160
 
 
 
 
(1)Manca l’occorrente pel consumo.
(2)Pochissimo, atteso la malattia delle uve
Attesa la estensione, e la qualità del tenimento di questo Comune, iprodotti dovrebbero presentare ben altra cifra ma in giustificazione e da dirsi che non poca parte dei territorio èposseduta e coltivata da proprietari degli attigui paesi, ove essi ne trasportano iprodotti.
Pastorizia
Bovi per coltura    66
Vacche                  23
Giumente              19
Muli                       93
Asini                      62
Porci                    197
Pecore              2893
Cavalli                    5
Povera anziché no e la pastorizia in questo Comune: ma i proprietari assicurano non potersi tenere un numero maggiore dì animali: poiché il tenimento è quasi tutto addetto a coltura, eccetto il bosco comunale di circa 500 moggia, e la montagna di moggia 708. Questa poi appartiene al Duca di Bruzzano e viene. affittata a persone di altri Comuni; né il bosco comunale offre comodo per tutti. In conseguenza ogni particolare tiene quei pochi animali che può alimentare nel territorio che inette a coltura. I latticini si consumano nel paese; e le lane vengono adoperate per tessuti dei quali quei contadini si vestono in tutte le stagioni dell’anno.
Alboricoltura. Moltissimi siti del tenimento dì questo Comune sarebbero atti alla piantagione dell’olivo; tua quegli abitanti pare non siano molto teneri della cultura di questa preziosa pianta tanto utile, per non dire necessaria all economia della vita, ed alle commerciali specuilazioni Comunque ottima sia la coltura delle viti , e comecché ogni albero fruttifero vi alligni, pur non di manco i prodotti che ne ritraggono non soddisfano ai bisogni della popolazione, ai quali provvedono gl’ industriosi dei circonvicini paesi
Orticoltura. La scarsezza degli ortaggi torna a biasimo degli abitanti di Montefalcone. Poiché la sovrabbondanza delle acque renderebbe tutti i punti di quel tenimento atti vantaggiosamente alla coltivazione degli orti.
Insetti nocivi. Devastatore delle viti e degli albori è la così detta campa, e per le sole viti il nominato velucchio. Dannosissimi all’orticoltura sono la pulce, il grillo, la talpa, la campa, e la cosi detta maruzza denudata.

Micetologia.
I funghi più conosciuti e più comunemente tolti sono il notissimo cardarello, specie di Agorico e il fungo spugna; ambedue dì ottima qualità. Non si rammentano fatti di avvelenamento.

Igrometria - Meteore.
Le piogge comunque non sieno frequenti, pure può dirsi che seguano più o meno la condizione ed i bisogni delle stagioni. La neve nella maggior parte delle stagioni cade abbondante, e spesso giunge ad elevarsi di quattro , di sei .e talvolta di dieci piedi; sicché le vie dentro l’abitato si veggono intercette ed impraticabili quelle al di fuori. Se sopravviene il gelo, le strade restano lastricate durevolmente e dalle tettoie veggonsi pendere dell masse gelate, a guisa di traslucide stalattiti di strane forme. Talvolta il vento che rapidamente spira, solleva dal loro letto le nevi, ed ha luogo allora la così detta polvinazione, cotanto perigliosa a’ viandanti . In tali occasioni si suole adoperare il tocco della campana grande, che dicono suonare a ruotico, per segnare agli abitanti che ritornano dalla campagna una direzione, non permettendo la nube della pùlvinazione di scorgerne alcuna.
I venti boreali e i levantini vi hanno il massimo dominio ed il loro impeto produce talvolta sinistri effetti. Frequentissimo è poi il favonio, ed in qualche stagione fino alla noia.

Folgore.
Triste rimembranze si serbano di questo fenomeno che la topografia del luogo’ rende frequente a danno degli edifizii, degli alberi, e delle persone. Vedesi tuttora il campanile da noi accennato privo della palla di rame, che formava il culmine della cupola, ed il poggio alla croce. Dalla potenza elettrica del fulmine nella notte degli 11 aprile 1849 fu perforata e sbalzata via, con incendio del combustibile che in detta cupola si rinveniva.

Tremuoti.
Si deplorano tuttora i danni del tremuoto del 1806. Quello del 1851 che devastava parte della Basilicata fu poco sensibile.

Igiene pubblica e privata.
Né l‘una, né l’altra offre condizioni lodevoli. Intorno alla pubblica è censurabile il modo di tenere le strade sempre insozzate;: e lo ammonticchiare il letame in vari punti dell’abitato : ed a tutto ciò si arroge la mancanza del Camposanto, sicché la tumulazione dei cadaveri si esegue nelle chiese interne: e da ciò ognuno può dedurre quanto abbia a soffrirne la pubblica salute. Né meno riprensibile è la privata igiene: nelle loro abitazioni quei contadini ammettono il consorzio di animali di ogni specie, come asini, porci, capre ecc.: né meno imputabili cagioni sono le maniere del vivere privato. Su tal particolare dovremmo qui ripetere quello che altrove abbiam detto: lo zelo degli amministratori municipali. col fare eseguire a capello i saviissimi regolamenti amministrativi; un poco più di amor patrio nella classe delle persone civili , ed agiate; esempio , e parola istruttiva e perenne ne’ Ministri della Religione, e la società si avvierebbe senza dubbio al suo meglio.

Commerci diversi.
Si celebra in Montefalcone una fiera nell’ultima domenica di agosto sotto il titolo di S. Innocenzo Martire, la quale però e dì pochissimo conto. Non vi sono trappeti, non farmacie; e ad eccezione di due molini ad acqua e dodici centimoli per cereali. non vi è in Montefalcone niun altro luogo, e niun fatto che accennar possa ad un commercio, ad una qualunque industriale speculazione.

Caffè.
Ve ne son due.

Locande.
Una.

Pauperismo.
La vicina Puglia. dove forse la maggior parte dei villici di Montefalcone concorrono , trovandovi lavoro e compenso, rende meno gravoso in questo Comune la miseria, la quale però par che venga aggravata dall’egoismo e dall’avrizia di coloro che intendono solo ad arricchire sperdendo man mano ogni sentimento di umanità e di sociale reciprocanza. Nè distinguono, come abbiamo sempre distinto , il pauperismo dalla mendicità, Il pauperismo è una piaga depascente che può attaccare la classe più numerosa di una popolazione, e che talvolta ha d’uopo di opportunità e di occasioni per rivelarsi, specialmente quando una classe signoreggiante, o quella preposta agli affari abbia interesse a non farla trasparire oltre all’orizzonte del proprio paese. La mendicità poi abbraccia un ristrettissimo numero di persone , le quali accettano pubblicamente il pane. o perché privi di ogni mezzo di sussistenza , o perché malsani., storpi, vecchi, imbecilli. Ed in Montefalcone, di mendici vi è oltre un dato numero che si vede pitoccare per le pubbliche strade
 
USI E COSTUMI
 
Ne’ matrimoni.
Stabilito il matrimonio, il fidanzato ha il dovere di far un donativo alla fidanzata. consistente in un paio di scarpe con fibbie di argento, in un paio di calzette di lana di colore scarlatto , in una rete di seta del medesimo colore con nastro consimile in un filo di globetti d’oro ad uso di monile, ed in una spilla d’argento.
Nel giorno degli sponsali, la sposa uscendo dalla casa paterna dee portare le mani incrociate nel petto fino a che non entri nella casa del nuovo suo destino. Gli sposi debbono ascoltare la messa genuflessi a piè dell’altare e con in mano un cero acceso.
Giunti nella casa maritale, le congiunte, le amiche, le vicine entrando ad augurarle felicitazioni, le versano addosso grano, ceci e granone come augurio di abbondanza edi fecondità.
Nascite. Nulla di osservabile.

Funerali.
Morto appena un individuo. accorrono i parenti e gli amici. e ne piangono a coro la perdita. Quel pianto è una specie di cantilena con la quale esprimono il loro dolore , e fanno le lodi funebri al defunto pregandolo che recasse i loro saluti ai rispettivi trapassati e facesse ancor presente a quelli la loro tristezza. Le vedove possono eseguire questo pietoso uffizio, solo nel caso in cui non si sieno rimaritate, altrimenti sarebbe un’onta al marito vivente. Se pur fosse morto il secondo marito, possono in simili occasioni piangere, ma debbono dirigere i loro lamenti al primo marito.

Festività.
Nella notte del Natale allorché il Santo bambino si trasportava dal presepe al luogo dove esponevasi al bacio della popolazione, non la gente civile, ma i campagnuoli avevano la privativa di portare l’ombrello, i ceri accesi e molti campanelli, col seguito di tutti gli altri che si trovavano. Tutti però all’abito di gala che indossavano soprapponevano il cosi detto pelliccione, consistente in una specie di soprabito di pelle di pecore bianche senza maniche, lungo sino al poplite. Né manco la prima dignità del paese, o la nobiltà più cospicua poteva aver l’accesso al sacro bacio se prima non si fosse ciò eseguito da tutti costoro; dopo di che tutte le persone civili dovevano seguirne l’esempio. Questa usanza man mano fu tolta, mentre a noi sembra che avrebbe dovuto esser conservata; poiché quella preferenza dei pastori nella sacra cerimonia a noi sembra che avesse un so che di dommatico, e di reminiscenza religiosa.
La Cappella della Vergine del Carmelo signoreggia un bel piano erboso, dove nel tempo della festa i popolani dell’uno e dell’altro sesso, al suono di pifferi e tamburi intrecciavano ridde smodate in una ebbrezza sempre crescente. Nel 1712 1’ Ordinario Diocesano Condannò questa usanza che riconobbe abusiva, e vi comminò scomunica latae sententiae.
La popolazione non se ne stiede. Appellò al Metropolitano, chiedendo l’abolizione di tale pena; ed in quella circostanza fu scritta una dotta memoria a difesa di detta popolare usanza, tenendosi parola del ballo ritenuto lecito da tutti i popoli, e ciò comprovandosi con molti passi testuali dei Padri della Chiesa. Questa usanza perdura, ora non con quell’entusiasmo, e con quelle apparenze dei tempi andati.

Giuochi.
Nulla di osservabile,

Malattie dominanti.
E’ propriamente la situazione del paese la cagione delle pleuritidi , delle pulmonie, delle febbri reumatico-catarrali che dominano su quei naturali campagnuoli, che tornando a nana dopo il diurno travaglio, debbono salire, per non dire inerpicarsi; e quindi giungere trafelati, ed esposti all’azione del vento chequasi sempre spira in quelle alture. Van pure soggetti alla febbre periodica; ma questa devesi attribuire al continuato traffico, ed alla dimora che quei naturali fannonelle Puglie.

Rimedi popolari.
A debellare le febbri periodiche, ne’ prodromi delle stesse sogliono bevere un bicchiere di vino nel quale sia mischiato del carbone pesto, rinvenuto nel giorno dieci agosto sacro a S. Lorenzo, scavando a tal uopo alcuni punti della terra. Usano pure per lo stesso intento il decotto del cametrio, e della genziana.
2.Nelle pleuritidi usano la fregagione col dito grande nel sito del dolore, sino a farlo illividire.
3.Nella verminazione dei fanciulli sospendono al collo dei medesimi una corona di agli ben mondati, e talvolta fanno ad essi tranguggiare il succo dell’aglio medesimo pesto colla menta. Ungono inoltre 1’ ombelico con olio, nel quale fan bollire la ruta e l’incenso,
Nei dolori enterici prendono l’individuo pei piedi, e rovesciatolo, gli danno cinque, o sette scosse sussultorie.
Nelle diarree, la testa di caciocavallo arrostita nelle foglie della vite moscarella, ed il prosciutto anche arrostito sono la panacea e 1’ antidoto, Adoperano ancora le uova dure bagnate nell’aceto.
Nelle malattie delle mammelle, e specialmente nell’ingorgo, che chiamano comunemente pelo, adoperano un pettine d! avorio riscaldato.
Nelle tossi dei bambini usano ungere di butiro, o di un composto di cioccolatte e sego il petto degl’infermi; come pure le piante dei piedi o con sego, o con alcool, o con olio.
Per le ferite, scottature ed ogni altra lesione violenta con rottura di pelle, adoperano 1’olio insolfato, cosi detto da oro perché si ottiene col far bruciare i solfane1li nel cennato liquido. Questo rimedio è in eminente credito presso il volgo.

Rimedii fondati sui pregiudizii.
Nell’ernia dei ragazzi, quando viene il giorno della SS. Annunziata dividono per mezzo una pianta di quercia con taglio perpendicolare, e mantenendo a viva forza disgiunte le parti, per ben tre volte fan passare per quella apertura 1’ ammalato, col pericolo di rimanervi avvinto siccome vi rimase Alirone a’ tempi di Pitagora. Nel tempo che si eseguono questi tre passaggi, i padrini che invitati stan presenti a quel. l’atto (condizione indispensabile), recitano alcuno preci. Ciò fatto avvicinano e ligano le parti scisse della pianta delle quali se l’adesione succede, si è sicuro della guarigione, e si avrà il contrario ove non si verifichi e adesione.
Nei porri sulla mano. Col pollice ed indice della mano sana si prende un cece, indi, passatolo fra le stesse dita della mano affetta , si gitta dietro le spalle.
Nel gozzo. Conficcano nel gorguzzolo di un cadavere un ago nella cui cruna passano un filo il quale poscia ligano al collo dell’infermo credesi che il tumore si dileguerà come si dileguano le forme del corpo morto.
Nelle emorroidi. Credono rimediare a tal malanno col recare perennemente in sacca una di quelle escrescenze che producono le querce somiglianti alle noci.

False credenze.
Generalmente si crede alle così dette fatture, tanto che per sino i mali isterici sono in gran parte addebitati a si fatta cagione. Nei bambini prendono il nome di mal occhio; al che credono rimediare con un nastro nero legato in qualche parte del vestito, o con qualche cornetto di oro, di avorio o di corallo. Le belle donne, per tema di essere male adocchiate. portano in saccoccia parecchi pezzetti di sale. Le spose nel recarsi a giurare la fede matrimoniale si guardano bene dal toccare la soglia della porta della chiesa, perché andrebbero soggette alla fattura: la sorpassano perciò di un salto. Per questo motivo pure in quella occasione non prendono acqua benedetta, né passano per sopra le sepolture.
Le donne incinte non toccano ortaggio di sorta né cotto né crudo dal primo al secondo vespero dell’Annunziata, perché temono che , ciò non tacendo, il feto nascerebbe cauto cioè impiagato.
Le donne allorché trovarmi coi capelli in disordine per qualche incidente, nel doversi rifare le trecce, non possono toccar cibo di sorta, perché se maritate, perderebbero marito, se zitelle 1’amante!
Se camminando rinvengono casualmente un tizzone estinto, temono di recano al loro focolare, perché ciò sarebbe cagione della morte del capo di famiglia.

Proverbi.
Molti proverbi sono in bocca di quei popolani, ma quasi tutti comuni agli altri paesi; pochi ci sono sembrati di qualche specialità. Per esempio. Chi si corica si alza; ossia chi dorme è sicuro dalle offese dei malviventi nottivaghi. — Chi non sa scorticare, guasta carne e pelle; proverbio che traduce quello di Cicerone: Quam quisque novit artem in hocse exerceat.— Chi nasce niqlio, non può morir pozzacchio, conforme alla traduzione del greco; lupus pilum mutat ecc.

Vocaboli corrotti - Idiotismi. Pocca
dunque ; Quellare ,operare , agire; cchiù ncoppolillo, cchiù sottolillo, un po’ più su , un po’ più giù, Fazzè Forse, credo; Papo, il fratello primogenito; Mirnma una delle sorelle; Santola, la comnmare; Junno, e jonna ‘giulivo, bello, gaia; .Jacere, sentir gusto di una cosa ; Sierdo tuo padre; Picca . poco: Ojje, oggi; Ojjeterzo jer l’altro: jardersi. bruciarsì; Glioglia Gliuglio, ragazza, ragazzo Sune, presto; Tentamene, ahimè; tentaneuramene , misera me; Che sciumara ! Che gran guaio ; La vò jarde non serve, non bisogna ; Chià , congiunto a qualche sostantivo vale che , per esempio. — Chià guaio che guaio. Alle volte è un pleonasmo di dialetto, p. e. Chià, come bello! Oh come bello; A chià viri! che bella azione; Quesso è chiummo, è poco al merito; Lloco sta’ Maria U Pagliariello! per di’ notare un viaggio molto lungo ecc.

Abiti ed abbigliamento.
Le donne di Montefalcone vestono in una maniera tutta speciale. Una camicia di filo di canape o di cotone un pò soverchiamente scollata e guarnita di largo merletto, viene appuntata sul seno con bottoni di argento, o di filo lavorato, ovvero con un nastro di colore ordinariamente rosso. La gonna per lo più è di panno di lana, di colore bleù, con 24 pieghe diagonali, ciascuna larga due pollici; un’altra piega poi ricinge il tutto all ‘intorno, della richippo, mezzo palmo all’ingiù della cintura. Il seno vien difeso da un corpetto attaccato alla gonna, della medesima roba di questa, che viene appuntato in mezzo alle spalle con apposito laccio, e sospeso alle scapole per mezzo di due strisce dello stesso panno. Maniche non molto lunghe nè molto larghe vestono le braccia in tempo d’inverno, e sono queste ordinariamente di peloncino con guarnizioni di fettucce nel davanti, attaccate al corpetto con due o tre nocche a piacere, e vestite in modo da non far rimanere celato quel tratto di camicia che covre l’articolazione scapulo-omerale. I1 lembo inferiore della gonna è guarnito di un nastro a cui segue in sù un’altra fettuccia larga, più o meno galante secondo il gusto particolare. Portano nel d’avanti della persona, situato orizzontalmente un pezzo di panno di lana ricamato dalle medesime donne del paese con figure e fiori di vario colore, largo più di mezzo palmo e lungo circa tre ,coi capi pendenti dall’uno, e dall’altro fianco. Dove questo finisce a’ lati, prende origine un pezzo di mussolina di oltre a due palmi di larghezza, che da destra passando pel tergo quasi ad arco. viene affìdato ad apposito nastro nel lato opposto. Questo vien detto da quelle donne pannanzo. Detti due ultimi ornamenti non appartengono alle zitelle, essendo distintivi delle donne che abbiano, o abbiano avuto marito. Possono anche adornarsene quelle zitelle cui l’età mollo avanzata abbia tolta ogni speranza di avere un marito; e queste vecchie vergini possono pure vestire le calze tinte con la rubbia, come le maritate, mentre le zitelle debbono portarle bianche. Le scarpe di queste ultime sono ligate da lacci; quelle delle prime sono ornate di fibbie di ottone, odi argento. Una mantiglia di lana color verde cupo, larga tre palmi, lunga da sei in sette covre la testa di tutte indistintamente. Altro distintivo poi delle maritate è la così detta carpìa, di cui si adornano dal giorno dello sposalizio in poi. Consiste in un pezzo di legno della grossezza di un dito e della lunghezza di un palmo involto nelle trecce, e situato sul vertice da dritta a sinistra, coverto da una rete verde per tutti i giorni, e rossa nei giorni festivi, dentro di cui resta nascosto tutto il restante della chioma. Su tale apparato si sovrappone una certa tela di cotone imitante il velo crespo, larga due palmi, lunga tre, guarnita di galanti merletti, e clic serve come di panneggio al capo. Questa precisamente è quella che chiamano carpìa. Una lunga spilla ornata di geroglifici e di fiori di argento si conficca alla carpìa da dritta a sinistra sopra l’occipite. In fine cingono una ligaccia di lana circa undici palmi lunga varia nel colorito, cui danno il nome di sarta. Questa, oltre il vantaggio di difendere la gonna dal fango, potendola con tal mezzo sollevare, serve ancora di guarentigia contro il genio immodesto del vento, e dà un certo finimento) all’insieme degli ornati.
Gli orecchini son quelli che ordinariamente dicensi a cerchione. Comincia pure l’uso di quelli a piramide. Ornano il collo delle così dette cannacche o di oro o di filograno o di corallo. Gli anelli sono del gusto corrente.

Capelli.
Partiscono i capelli in due trecce, una delle quali formasi in mezzo al vertice, e scende all’occipite; l’altra viceversa. Le maritate debbono dare alla chioma altro senso, come abbiamo osservato. E’ pur da notare che la parte dei capelli pendenti al d’avanti, nella maritate cadesi a ciocche, nelle zitelle a trecce.

Tommaso Vitale

Tommaso Vitale
Verso la parte settentrionale della città d’Ariano, lontano dalla medesima miglia dodici, è situato Monte falcone, luogo cospicuo della diocesi Arianese, per esser oggidì Demaniale, o sia Regio, e per la sua popolazione in numero di anime 3642., divisa in due Parrocchie come appresso si dirà
La sua denominazione ha potuto aver origine da qualche Falcone apparso, e ricevuto per ottimo auspicio delle prime idee della di lui fabbrica, o pure come alcuni stimano, dall’esser edificato su luogo montuoso, e dalla figura dell’abitato; poiché il di lui circuito sembra, che ne’ passati tempi, prima di esser stato ingrandito, abbia avuta somiglianza ad un uccello, o sia Falcone alato: la che corrisponde lo stemma del Commune, o sia Università. Altri congetturano essersi così denominato dal vicino monte Gallizio, in alcune delle Carte geografiche notato, ed abbia ricevuto cambiamento da Gallizio inFalcone.
Nel Palazzo, un tempo Baronale, chiamato ben anco Castello, oggi col Demanio pervenuto all’Università, in una, lapide fregiata di molti lavori d’intaglio, che dovea servire di architrave di porta, leggesi inciso,
Hoc opus conditum felici Ferdinandi tempo re Regia
MCCCCLXXXVII. feliciter erat Amen
E sulla porta della scala dello stesso Castello
A. D. M. CCCCLXXXVII.
Da un lato di essa parta vi è inciso in pietra un impresa con un pesce in mezzo, e nel lato opposto ve ne è un altra; nella metà del di cui scudo vi si osserva un leone in piedi.
Nella Cronaca di Falcone Beneventana si legge (1) di Giordano, famoso Conte d’Ariano, che audiens Rainulphum Comitem super Tufum illud Castelli, munitiones construxisse et oris omnibus belli apparatus fuisse, absque mora, collecta equitum peditunquemanu copiosa ad Castellum, quod Montisfalconis dìcitur, non Ionge a’ Rainulphi comitis tentoriis tetendit .Ma siccome il Cronista descrive l’accampamento dì Rainulfo vicino al Castello del Tufo, ed il di lui assedio, il che avea obbligato Giordano ad unire quantità di soldati a piedi ed. a cavallo, ed andar sopra il Castello di Montefalcone, poco lontano dal padiglione, ed accampamento di Rainulfo così trovandosi la Terra del Tufo vicino Montefuscoli, e non molto lontana da questa la Terra di Mornefa1cione, fa credere, che o sia sbaglio de’ copisti, o che per la somiglianza dei nome il Cronista abbia scritto francamente Montefalcone, distante molto più di venti miglia dalla Terra del Tufo da cui Montefalcione è in minore distanza
      L’aria di Montefalcone è perfettissima, ma rigida nell’inverno.
Si raccoglie nel di lei Territorio grano, formentone , legumi , vino, mele, e ghianda: e per ragione degli abbondanti pascoli vi si fa industria di pecore, e vacche, che danno buoni latticini , ed anche di porci; i di cui salami in riguardo del clima, e della manifattura sono di molto gusto, e pregevoli
Dei Feudatari, da’ quali per 1’ addietro fu posseduto Montefalcone, colle diligenze usate m’è riuscito di rinvenire soltanto le seguenti notizie
Nel Catalogo de’ Baroni, che a tempo del Re Guglielmo II contribuirono soldati per la spedizione di Terra Lauta si legge Domina Montisfalconis, (senza esprimersene il nome ) dixit Guarmundur tenet Montem falconem, quod est Feudum II. militum, et Guglielmus Protofrancus Rositum feudum I militis. Una propriurn feudum militum III. et augumentum ejus milites III. Una inter feudum, et augurnentum obtulit milites VI. et servietentes VI.
Ed indi si soggiunge: Rufrire tenet de ea Castellum francolum, quod est sicut dixit feudum I. militis et cum augumento obtulit milites II. et Servientes 1V. Una proprium feudum tam Demanii quam servitii praedìctae Domiae Montisfalconis Milites IV. et cum augumento Milites VIII. et servientes VI.
Matteo di Letto prima dell’anno 1270. possedeva Montefalcone , Monte Calvo, e Castelfranco; come si legge nel Registro di Carlo I. d’Angiò (1).
Perticusa di Letto , moglie di Bartolomeo Tocco, come figlia di Matteo ebbe il dominio delle sudette Terre.
Margherita di Tocco, di loro figlia, fu moglie di Giovanni Mansella, a cui portò. tutta l’eredità paterna, e per ragione di detta Perticusa sua madre li portò anche Montefalcone, e Monte Calvo nell’anno 1289. (2).
Nel 1440. era Signore di Montefalcone Giannotto; conforme leggesi nel Giornale della Storia di Napoli, che si conserva dal Duca di Monteleone (3); in cui trovasi anche registrato, che in essa Terra vi fu Alfonso I. di Aragona Re di Napoli; poiché dopo aver riferito, che il Re Renato venne a’ Carpignano ad abboccarsi col Duca di Bari, dice, che il Re Alfonso andò alle Terre del Conte di Avellino Trojano Caraccialo, e tutte le pigliò, e mise a sacco, fu poi a’ Montefalcone; e benché Giannotto, signore di tal luogo, fosse fedelissimo al Re Renato, fu forzato dai suoi a renderei al Re Alfonso.
Beatrice Caracciolo ne era Baronessa nel 1520. (1)
Pietro Caracciolo trovasi esserne stato il Barone nell’anno 1545. e come tale descritto nella Tassa allora imposta a’i Baroni (2). E si ha altresì certa notizia dagli atti del Padronato dell’Arcipretura, che Pippo Caracciolo possedeva Montefalcone nel 1504. senza sapere, se sia quell’istesso di sopra notato, o pur diverso,
Ferrante Piccolomini nel 1564. ne era il possessore.
Passò indi Montefalcone nel dominio de’ Signori Loffredo. E dall’istrumento del possesso di detta Terra, preso da Cicco Loffredo, Marchese di Trivico, stipulato per Notar Ovidio Juffradella di Ariano a’ 25. giugno 1585. rilevasi , che dal Marchese Ferdinando , padre di Cicco erasi data con titolo di permuta a Pirro Loffredo padre di Francesco, e che con sentenza de’ 25.maggio dello stesso anno, proferita dal S. R. C. essendo Commissario il Regio Consigliere , poi Presidente di detto Tribunale Vincenzo de Franchi: , fu ordinato a Francesco di rilasciarla ali’ accennato Cicco, come apparisce da detto istrumento, e provisioni originali, firmate dallo stesso de Franchis, che nel mio Archivi o con— servansi.
Francesco Loffredo, Cavaliere di S. Giacomo de Spada, che abbia posseduto Montefalcone nel 1576. , se ne ha documento innegabile (3)
E che Ferdinando Loffredo, Marchese di Trevico ne era Barone , costa dal detto processo del juspadronato (4).
Di Cicco Loffredo, juniore, Marchese di Trivico, figlio di Ferdinando, dimorante in Zuncoli, trovasi che possedeva la suddetta Terra negli anni 1607., e 1609. (5).
Andrea di Martino la comprò dal Marchese di Trevico nel 1621., e finì di vivere nel 1627.
Scipione di Martino succedè al predetto Andrea suo padre; e per esser morto senza figli , ed altri prossimi in grado a succedergli nei feudale , si devolvette Montefalcone alla Real Corte, e divenne allodiale
A’ 4. gennaro 1645. la Corte vendé la mentovata Terra a Francesco Montefuscoli, che ne prese il possesso, datogli da Carlo Paolucci, Commissario della Regia Camera; come leggesi nell’istrumento per Notar Lorenzo Spada di Apici a’ 8. novembre 1645.
Giuseppe Montefuscoli, fratello di Francesco, trovasi averla posseduta nel 1651. (6).
I1 Dottor Aniello Montefuscoli erane Barone nel 1687. e 1692. (1).
Lucrezia Montefuscoli succedè al padre Aniello e ne fu Baronessa nel 1696.
      Per lo di lei matrimonio con Antonio de Sanctis, Uditor Generale dell’Esercito, passò la Terra suddetta in dominio della di lui famiglia.
Francesco de Sanctis, figlio primogenito di essi conjugi, fu Marchese di Montefalcone; e viveva anche nell’anno 1734., tempo in cui nominò all’Arcipretura il degnissimo ecclesiastico Tommaso Caruso.
      E finalmente essendo stata questa Terra esposta venale, l’Università fece istanza di esser nella compra preferita . L’ottenne con decreto del Tribunale della Regia Camera; ed ora è Terra Regia.
      In due distinte Parrocchie è divisa la desta Regia Terra, una Arcipretale con Chiesa sotto il titolo dì S. Pietro Apostolo , servita dall’Arciprete col proprio Clero; l’altra Badiale con Chiesa , dedicata all’ Assunzione della B. Vergine, servita dall’Abate col suo Clero. Alle indicate Parrocchie sono rispettivamente addette le anime per famiglia, non già per abitazione, ed il numero delle anime è 3635.
           Nel succorpo della Badiale trovasi eretta la Confraternita sotto il titolo di S. Michele.
Oltre delle parrocchiali vi sono le seguenti altre Chiese , cioè la Confraternita con Chiesa di S. Filippo Neri. La Chiesa sotto il titolo delle Anime del Purgatorio. La Chiesa di S. Maria del Carmine, e quella di S. Sebastiano.
      Vi sono pure lo Spedale per i Pellegrini, ed il Monte frumentario per i poveri fondato per volontà, e con peculio di Grato Janzito di essa Terra.
      Le due Parrocchiali suddette, siccome, prima si conferivano a nomina del Barone, così essendo passati i dritti Baronali all’Università per mezzo della ricompra, nel caso di vacanza si conferiscono a nomina di essa in pubblico Parlamento adunata, a tenor delle leggi, e de’ decreti de’ Tribunali Supremi.
      Nell’Elenco de’ Monisterj dell’Ordine Eremitano di S. Agostino, che leggesi come Appendice alle di lui Costituzioni stampate, tra i Conventi della Congregazione Dulcetana di Puglia si osserva registrato un Convento Montisfalconen. , e gli abitanti di essa Terra non hanno veruna notizia che vi fosse stato, e molto meno del tempo in cui cessasse di esservi.

Alfonso Meomartini -" I Comuni della Provincia di Benevento:Storia,Cronaca;illustrazione"

Alfonso Meomartini -" I Comuni della Provincia di ...
MONTEFALCONE VALFORTORE
 
     Anche nell’estrema parte della provincia è situato questo comune del mandamento di Castelfranco in Miscano. Confina con S. Bartolomeo in Galdo, Foiano, S. Giorgio la Molara, Ginestra degli Schiavoni e Castelfranco, e con Roseto, che appartiene a Foggia.
     La estensione territoriale è di tomoli 12,163 di terreni, coltivati in massima parte a cereali, quantunque altre colture più proficue fossero ivi possibili. Vi possedono principalmente il Duca di Sangro di Napoli, che ha il titolo di marchese di Montefalcone, la famiglia Cirelli di Castelfranco, e le locali famiglie Sacchetti, Tutoli, Altobelli, Palazzi, Bassi, Goduti, Dota, Antonucci, de Matteis, Paoletti, Ricciardelli, ed altre.
     E’ inutile perdere tempo sull’origine del nome, essendo questa una incognita che inutilmente si presta a congetture e supposizioni sulle idee diverse che può risvegliare un monte ed un falcone.
     Il Montefalcone, ora detto Valfortore, non è quello di cui parla il Falcone nella cronaca sotto l’anno 1120, quando racconta che nel maggio il Conte Rainulfo, alleatosi con Roberto di Montefusco, assediò il castello di Tufo, difeso virilmente da Ragone, signore dello stesso, e che il Conte Giordano di Ariano, venuto a cognizione di tali fatti, immediatamente raccolta numerosa soldatesca in cavalli e pedoni, s’accampò al castello di Montefalcone, poco lungi dal Conte Rainulfo; col quale poscia venne fatta tregua dopo l’abboccamento al Ponte Valentino, mediante l’intervento del Cardinale Ugone, del rettore Stefano e dell’eletto Roffredo di Benevento. Il Monte falcone di cui parla il cronista è l’attuale casale o frazione di 5. Nazzaro, a pié di Montefusco.
La più antica nuova che storicamente si ha di Montefalcone Valfortore è dell’epoca normanna; si rileva dal catalogo dei baroni N. 323, Contea di Civitate: «Domina Montis falconis, sicut dixit Guarmundus, tenet Montem falconem quo est feudum duorum militum «. E costei doveva esser la moglie di Guglielmo Potofranco, il quale possedeva Roseto, ed è riportato sotto lo stesso numero 323.
Però nel catalogo medesimo dei baroni, al N. 341, messo sotto la rubrica della Contea di Civitate, vengono nominati altri signori di questo Montefalcone: «Robertus de la Rocca, Robertus Manerius, Raynaldus Montis Dragonis, Hugo Eliae, Henricus de Laysa et Robertus de Laysa tenent Montem falconern, quod, sicut dixit Hugo filius Acti, est feudum duorum militum et cum augmento obtulerunt milites quatuor et servientes X «.
E’ lo stesso Montefalcone che facilmente costituiva nella totalità un feudo di quattro militi.
Nel 1269 sotto Carlo I d’Angiò contribuì quattro fantaccini e 18 operai cum zappis et aliis per la ricostruzione del non molto lontano castello di Crepacore.
Ebbe allora il feudo di Montefalcone un Matteo di Letto; e sua figlia Perticusa lo portò in dote a Bartolomeo di Tocco, la cui figlia Margherita egualmente lo trasferì a Giovanni Mansella di Salerno (1289).
Nel cedolario Angioino del 1320 è messo nel Giustizierato di Principato Ultra, e tassato per once 10, tarì 1 e grana 17.
Poco dopo ebbe un disgravio di tasse pei danni subiti dal tremuoto; risulta da un documento riferibile agli anni 1343 e 1344, esistente nei regesti Angioini del grande Archivio di Napoli, lettera F. N. 341, fol. 233, ed intitolato: «Universitati Castri Montis falconis provisio pro minoratione collectarum quia terremotu concussa est pars dicti Castri et abissata «.
Posteriormente, cadde in signoria di un tal Giannotto di Montefalcone, che seguiva le parti Angioine; ma si diede poscia ad Alfonso d’Aragona. Lo si rammemora questo fatto nel Diario di Monteleone, pag. 117: “ giugno 1439. Il Re Alfonso fu a
tefalcone, e, benché il sig. Giannotto di Montefalcone fosse fedelissimo al Re Renato fu forzato dalli suoi a darsi al Re Alfonso “.
Fu dato indi a casa Caracciolo; ed un Pippo Caracciolo stabilì a 19 maggio 1473 i confini tra Montefalcone ed il feudo di S. Maria in Mazzocca coll’Abate Commendatario Cardinale Orsini, da non confondersi col celebre Arcivescovo di Benevento, vissuto due secoli più tardi, e che divenne Papa Benedetto XIII. Beatrice Caracciolo lo portò in casa Loffredo, sposando Francesco Loffredo
marchese di Treviso nel 1585. A 24 settembre 1622 lo comprò sub hasta un Andrea de Martino, che venne nominato marchese di Montefalcone a 24 ottobre 1626 da Filippo IV. Ricadde, per estinzione di linea successibile, alla Regia Corte nel 1640; e fu venduto all’avvocato Francesco Montefuscoli per ducati 20,300 nel 1645 a 13 novembre; gliene diede il possesso il Commissario della Regia Camera Carlo Paolucci di Morcone. Passò in casa de Santis pel matrimonio di Lucrezia Montefuscoli, marchesa di Montefalcone, con Giovanni de Santis, che fu primo marchese di questo cognome. Gaspare de Santis, che era un semi cretino, lasciò il feudo nel 1773 al nipote ex sorore Vincenzo Capece, ma coll’obbligo di pagarne il valore al suo avvocato Pietro Stravino di Maddaloni, che lo fece valutare in ducati 70,395! La oppressione dei tempi feudali era sì grossa che questo avvocato rapace e ladro giunse a persuadere l’università o comune di Montefalcone di reclamare al Regio Demanio, ricomprandosi; e così venne fatto, a furia di debiti contratti con le case di Sangro e Rocella, intestando il feudo pel pagamento dell’Adoa ad un contadino padre di 12 figli, siccome era di prammatica, chiamato Filippo Sacchetti. Le molte migliaia di ducati arricchirono il ladro di Maddaloni, non ostante la dichiarazione di nullità del testamento del Gaspare de Santis, e depauperarono il Comune, che indi a poco si dové cedere in solutum alla famiglia di Sangro, per poter pagare i debiti. Il titolo di marchese di Montefalcone, siccome abbiamo detto, è tuttavia nella stessa nobilissima famiglia di Sangro.
Il Comune era edificato con difesa in muratura e porte, dette S. Maria, Latrona e del Castello; aveva infatti un grosso castello, opera del secolo XV, dove fu alloggiato Alfonso d’Aragona, ma venne distrutto nel 1809, essendo divenuto ricettacolo di famosi banditi.
     Sono da osservarsi principalmente il palazzo Sacchetti, di recente costruzione, ed una palazzina Bassi ben architettata (1).
     Un’antica numerazione dell’epoca Sveva diede 171 famiglie, diminuite a 96 nel 1532. In seguito ebbe 121 fuochi nel 1545, 314 nel 1595, diminuiti a 209 nel 1669 per effetto della peste e del terremoto.
Attualmente è popolato da 3896 abitanti secondo il censimento del 1901.
     La principale chiesa è decorata del titolo di Abbazia, e dipende dalla diocesi di Ariano di Puglia.
     Amministrativamente il Comune ha fatto parte del Principato Ultra fin dall’epoca Angioina, e soltanto nel 1811 fu aggregato a Foggia, nel circondano di Castelfranco, ed a quella provincia ha appartenuto fino al 1861, quando passò a Benevento.
     Caratteristica e pittoresca è la foggia di vestire delle sue donne, le quali vantano, e non a torto, riputazione di attiche forme.
     Tra gli uomini più distinti ivi nati, e dei quali v’è traccia, fuvvi un Fra Marco da Monte falcone dei minori Osservanti, lettore in sacre pagine, cappellano maggiore, confessore e familiare del Re Carlo III Durazzo, con la provvisione di annue once 36, negli anni 1382 e 1383; ed un Monsignor Paolo Pucci, arcivescovo di Salerno.
 
(1) Ora proprietà e sede municipale. Ing. Alm. Meomartini.

Scuola Media Montefalcone

Scuola Media Montefalcone
MONTEFALCONE
 
   Montefalcone di Val Fortore, paese in provincia di Benevento, è un centro di origine medievale, come testimoniano alcuni ruderi del Castello, tuttora evidenti, e la stessa struttura del centro storico.
     Vi si accedeva attraverso tre porte: la prima, detta Orientale, situata nei pressi dell’attuale campanile della chiesa di S. Maria, la seconda, chiamata Latrona, ubicata in Via Ponte e la terza, denominata Porta del Castello, in Via S. Giovanni.
     Lo stemma dell’Università (Comune) è costituito da tre monti su cui è appollaiato un falco.
Diverse sono le tesi sull’origine del nome: c’è chi dice che esso derivi dalla disposizione delle case che, viste da lontano fino a non molto tempo fa, si dispiegavano formando la figura di un volatile con le ali spiegate; altri propendono per la versione secondo cui, al momento di gettare le prime fondamenta del paese, sembra sia apparso in volo un falcone; altri, ed è questa la versione più probabile e veritiera, fanno derivare il nome dal suo primo feudatario, di nome Falcone, al tempo dei normanni.
         Quest’ultima versione è suffragata dalla trascrizione medievale del nome Mons Falconis (Monte di Falcone) con cui era conosciuto questo centro abitato.
La specificazione di Vallo Fortore fu assunta, per evitare omonimie, in seguito al decreto reale emesso da Vittorio Emanuele II in data 22 / 01 / 1863.
   Intorno all’attuale centro abitato vi erano diversi casali: S. Luca, S. Marco, S. Lorenzo, S. Angelo, S. Cristofaro e Castello, dove oggi si estende il paese. 
     Secondo il linguaggio medievale, il Casale era un presidio militare ed era chiamato anche Castello nel senso di Casale Alto.
     Questi casali, secondo la tradizione, sorsero a seguito della distruzione di Equus Tuticus, città osca ed importante nodo stradale che sorgeva non molto distante da Montefalcone.
     In località S. Luca esisteva un monastero dell’Ordine Eremitico di S. Agostino: è quanto asserisce il Cirelli ne’ Il regno delle due Sicilie scritto e illustrato (1853). Infatti egli scrive:
      “ … nell’elenco dei monasteri dell’Ordine Eremitico di S. Agostino, che
         leggesi come appendice a quelle costituzioni stampate, fra i conventi
              della Congregazione Dulcetana di Puglia si trova registrato un convento
             con le parole: Montisfalconem ….”
     Dunque il nome di Montefalcone può essere messo in rapporto con l’arrivo sulle nostre terre del casato Falcone al seguito dei Normanni. tanto più che Montefalcone nei Registri angioini si trova indicato come Mons Falconis, la cui esatta traduzione è Monte di Falcone. Questo ci porta ad avanzare l’ipotesi che, al tempo dei Normanni, si sia stabilito nel nostro castello qualche milite della famiglia Montfaucon, da cui sarebbe derivato il nome al paese, come noi riscontriamo in molti casi analoghi.
Sembrano convalidare questa nostra supposizione due fatti di cui dobbiamo tener conto: la tradizione che vuole Montefalcone fondato da un tale di cognome Falcone, e la notevolissima diffusione che questo cognome ha nel vicino comune di Roseto. Federico II ordinò pure lo smantellamento di tutti quei castelli, che i nobili avevano costruiti a salvaguardia dei loro possessi in luoghi più o meno strategici.
Una tradizione popolare attribuirebbe l’erezione del castello di Montefalcone a Federico Barbarossa che addirittura lo avrebbe tenuto come rifugio nelle vicende belliche. La leggenda popolare avrà attribuito al Barbarossa quello che, invece, potrebbe risalire al suo nipote Federico II.
      D’altra parte, il fatto che nel 1272 si parli del “castrum Montisfalconis”ci sembra un sicuro indizio della costruzione del castello durante la dominazione precedente della casa Sveva.                 
E’ noto che nel passaggio cruento tra la dinastia sveva e quella angioina si formarono delle sacche di resistenza dappertutto nell’Italia meridionale . Esse erano alimentate dai Saraceni di Lucera , rimasti fedelissimi alla Casa Sveva , essendo stati prediletti dell’imperatore Federico II . Quando perciò Carlo I d’ Angiò conquistò la loro roccaforte , Lucera ,si accinse ad eliminare del tutto ogni azione di guerriglia e disciplina in tutto il territorio .
     Il 28 giugno 1250 Carlo d’ Angiò, duca di Provenza , riceveva a Roma dal sommo pontefice Clemente IV , l’investitura del Regno delle Due Sicilie , dichiarato devoluto alla S. Sede dopo la morte dell’ imperatore Federico II deceduto il 13 dicembre 1250 . Effettivamente Carlo d’Angiò conquistava il Regno, battendo in battaglia Manfredi presso Benevento, dove l’ultimo re svevo rimaneva ucciso sul campo di battaglia. La serie dei baroni di Montefalcone durante il periodo angioino si apre con Matteo di Lecto.
      Carlo I d’Angiò in tutto il suo regno mirò a consolidare il suo dominio assicurandosi la fedeltà dei feudatari e la prosperità del suo regno . Un occhio del re si rivolgeva alla politica economica , dovuta alle continue guerre e alle numerose gratifiche , concesse a militi e nobili che lo avevano coadiuvato nella conquista del regno. I problemi ancora insoluti erano tanti .Ovviamente anche Montefalcone presentava i suoi problemi. La nipote di Matteo di Lecto , Margherita, a causa delle frequenti assenze del marito Giovanni di Salerno , si trovava a reggere i territori di Montefalcone . Così, ad esempio dovettero mordere il freno i vassalli di Margherita quando fu imposta o ripristinata la tassa di un augustale per ogni “fuoco” o famiglia .
Tante, dunque, erano le preoccupazioni per Margherita, tanto più che Carlo D’Angiò era sempre intransigente verso i suoi avversari politici. Montefalcone, nella lotta contro i Saraceni, si comportò egregiamente. Anche nell’assedio di Lucera, roccaforte dei fedelissimi della Casa Sveva, i balestrieri di Montefalcone ebbero un lodevole comportamento e re Carlo, per riconoscenza, affrancò l’Università di Montefalcone dal pagamento di 10 once d’oro quale tassa dovuta per il focatico. Durante la lotta tra Manfredi e Carlo D’Angiò in tutto il regno si vissero tempi difficili e certamente Montefalcone subì gravi danni. Iacopo Donzello, genero di Matteo di Lecto e filosvevo, partecipò alla battaglia di Benevento tra le fila di Manfredi per cui è facile immaginare la situazione creatasi tra suocero e genero, l’uno schierato dalla parte Angioina e l’altro dalla parte Sveva, con tutte le ripercussioni che tale situazione aveva creato nel feudo. Certo per Montefalcone, se è esatta l’indicazione del Meomartini, si ebbe in quel periodo un forte spopolamento, se all’epoca sveva contava 171 famiglie, mentre nel 1267 ne contava appena 25.
 Nonostante questo calo, il paese si riprese, e mostrava un nuovo fermento di vita.
      Della Montefalcone del 1600 si può avere una visione d’assieme scorrendo l’apprezzo che di esso fece il Regio Ingegnere e Tavolario Pietro Marino e che nell’agosto del 1641 consegnò al Presidente Caracciolo della Regia Camera della Sommaria; di esso, nel febbraio 1769, ne venne fatta copia da Giuseppe Manfredi che la presentò a Pietro Seravina e ad Andrea de Matteis
         Il Tavolario, dopo accurato esame del territorio di Montefalcone e dopo aver consultato i libri del marchese Scipione De Martino, stese una relazione nella quale sono descritte le contrade, le chiese, il castello con annotazioni sulle entrate e le uscite del feudo, con le rendite dei corpi feudali e con le notizie sugli usi e costumi.
     Il Marino, nella parte introduttiva parla della posizione geografica, dei confini, delle distanze dai centri più importanti, del territorio (“… vi sono terreni seminatori, pascoli, boschi, monti, valli, pianure e colline, acque sorgive e correnti, buoi, vacche e giumenti, pecore e capre, parte del Barone e parte dell’Università…”) per passare poi a descrivere il centro abitato. L’abitato, tutto arroccato intorno al castello e percorso da strade poco pianeggianti ma piacevoli da salirsi, è costituito per la maggior parte da case ad un piano il cui tetto e coperto da scandole o da coppi di creta.
      Il clima è freddo d’inverno, (“…c’è la neve che solidifica per molti mesi …”) mentre d’estate è temperato. Il nucleo umano è costituito da circa 150 famiglie (“… non vi sono più di 140 fuochi…”). Gli abitanti, ad eccezione di poche famiglie, vivono in povertà con i proventi del proprio lavoro, un lavoro pesante svolto nei campi anche dalle donne perché fra esse poche sono quelle esperte di cucito, tessitura o filatura; l’indole delle persone è quieta e tranquilla, la maggior parte dorme su sacconi di paglia, pochi su materassi di lana.
“…Vestono in modo caratteristico e variopinto con corpetti di tela e tovaglie in testa. A Montefalcone…. c’è abbondanza di vino, pane, frutta, i maiali sono a buon mercato e vengono conservati per l’inverno,… molte le pecore, le capre, le vacche nonché formaggio nella varietà più completa… si dedicano alla cacciagione che è proficua e abbondante… A Montefalcone si trova un dottore, degli artigiani, quattro muratori, tre calzolai, un sarto, tre mandesi ed una taverna… Non è abitudine dei Montefalconesi cantare, ballare, suonare e tantomeno giocare, ma a Ferragosto, sia gli uomini che le donne usano fare gran festa… Vi sono due chiese parrocchiali di iuspatronato, S. Maria della Concezione e S. Pietro, mantenute dal barone con i proventi agricoli ( la decima ), e due chiese piccole, S Giovanni e quella fuori porta detta di S. Maria del Carmine: tutte sono governate da preti, che sono circa una trentina. Il popolo è indebitato, a causa del fisco, con la Regia Corte per 7.000 ducati e con i privati per altri 7.500 ducati…”
Le entrate erano di 900 ducati, come gabella della farina, e di altri 500 provenienti da rendite catastali. Poi c’era l’uso civico del bosco Gallizzo, dove i montefalconesi si procuravano la legna e portavano gli animali al pascolo.
     “… In cima al monte c’è il castello del barone: vi si entra, dopo una salita attraverso due porte che danno su un cortile aperto, una stalla consistente in uno stanzone con alte mura, una cisterna, diversi terranei come depositi di vettovaglie: c’è una scala dove si accede a delle camere, tre a sinistra e tre a destra con finestre sul cortile: nella prima si trova un dipinto, nella terza un camerino dove, attraverso una scala, si scende ai terranei sottostanti: altra stanza dà nella torretta; da qui si osserva lo stupendo panorama di pianure, colline e terre vicine…”
Il barone, oltre al castello, aveva la giurisdizione dei vassalli con le cause civili e penali in prima e seconda istanza; possedeva… il mero e misto… imperio, di chiara derivazione aragonese, di tramutare pene corporali in pene pecuniarie nonché giurisdizione di bagliva, portolanìa, fare transazioni, comporre liti e concedere il perdono.
L’apprezzo prosegue presentando un prospetto delle entrate feudali, mastrodattia compresa, e dei prodotti agricoli per un ammontare di 35.025 ducati. Tale era la stima della baronia di Montefalcone nel ‘agosto del 1641.
      La fine del feudalesimo ha inizio nel 1773 con la morte del marchese Gaspare De Sanctis. Questi era senza figli per cui il feudo, per volontà espressa nel testamento del De Sanctis, doveva essere diviso tra suo nipote, il marchese Vincenzo Capece, ed il barone Pietro Stravino, erede universale fiduciario, con l’obbligo a quest’ultimo di ottemperare a quanto il testatore gli aveva comunicato ad aures e cioè:“ costituire quattro maritaggi all’anno da distribuire a quattro donzelle vergini e povere di Montefalcone sortite dal bussolo da farsene dai Parroci di quella terra”.
     Il testamento venne impugnato dagli eredi diseredati e così della vicenda venne investita l’autorità competente. Dopo svariate cause, tenute prima in tribunale e nella Gran Corte della Vicaria e poi nella Real Camera di Santa Chiara, il Regio Commissario Guidotti, nel 1777, assegnò il feudo allo stesso Stravino col consenso del primo aggiudicatario Francesco Antonio Faraone.
    Lo Stravino prese possesso del feudo nel luglio 1778 e da quel giorno i montefalconesi iniziarono a subire violenze, angherie e soprusi. A nulla valsero le istanze presentate al barone da varie delegazioni di cittadini, anzi la situazione peggiorò. Vi furono allora movimenti popolari e incidenti la cui eco giunse fino alla Corte reale. Si costituì un Consiglio dei Soci, presieduto dall’arciprete Caruso, da tutti i preti e da personalità con l’intento di riscattare il feudo in virtù del fatto che competeva all’Università la prelazione nella compra del feudo.
     Dopo varie cause e giudizi emessi, nel 1780 il feudo divenne Regio Demanio divenendo possesso del Duca di Sangro e del Principe di Roccella. Nel 1782 venne istituito un Monte frumentario, in forza del testamento di Grato Ianzito, per combattere l’usura del grano.
      In seguito cittadini di Montefalcone videro premiati i loro sforzi e riuscirono a riscattare il feudo per mezzo di un barone eletto fra i cittadini aventi dodici figli. La scelta cadde su di un colono, tale Filippo Sacchetti, che vestì subito, tra grandi feste, le insegne baronali: parrucca, spada e bastone.
     Dopo aver fatto parte della Contea di Civitate, al tempo dei normanni, del Principato Ultra sotto il dominio angioino e della provincia di Foggia (1811), dal 1861 fa parte della provincia di Benevento. Ha dato i natali ad uomini illustri quali Frà Marco dei Minori Osservanti, confessore di Carlo III d’Angiò e, probabilmente, Niccolò da Montefalcone, letterato che ebbe rapporti col Boccaccio, nonché Ennio Goduti, medaglia d’oro al valor militare nell’ultimo conflitto mondiale.

Dr Rosario Zeppa : La Demoiatrica nel Valfortore

Dr Rosario Zeppa : La Demoiatrica nel Valfortore
Manca ancora nella letteratura, che è pur vasta, uno scritto che tratti della medicina del nostro popolo. Non solo accenno alla nostra Provincia che è pur nota soprattutto per le Streghe, nell’ultima pubblicazione del Parzini, Maestro insigne della Storia della medicina.
Eppure, se molto vi è di comune nella medicina popolare della nostra zona, viè questa peculiare caratteristica; non leggendaria o riservata a pochi ma attuata e per intera secondo le tradizioni, da quasi tutti gli abitanti. Basta fare il medico per pochi giorni in questa nostra zona e si conoscerà quanto la totalità della popolazione attua contro le malattie, senza o anche ricorrendo al medico.
Qui il medico non ha ancora sostituito i precetti e le norme che la tradizione tramanda per ogni malanno, ma si accoppia alla tradizione e molto spesso è chiamato solo per firmare il certificato di morte!
Don Ernesto Capozzi, per oltre un quarantennio medico a Montefalcone, sintetizzava così questo stato di cose: «Qui ognuno fa il suo mestiere ma tutti facciamo medicina non era acredine: con intelligente comprensione e con la sua vasta esperienza sapeva affiancare la medicina ufficiale a quella del popolo; le sue ricette segnavano solo quello che non poteva sostituire con i rimedi popolari.
Qui, come dovunque, la medicina popolare esorbita molto spesso dalle qualità fisiche e chimiche della materia e dalle comuni leggi della biologia e si associa a virtù magiche di cose e persone, a oscuri poteri di parola. Sicché anche per la zona del Fortore la demoiatrica può essere suddivisa in una parte «eroica», dove predomina l’elemento extranaturale ed occulto, riserbando a poche persone dotate di qualità particolare, ed una parte empirica; molto spesso queste due parti si associano perché alle comuni virtù di un rimedio il popolo associa un elemento che sfugge alla percezione dei sensi ed alla materialità della sostanza.
Oltre a questo vi è una serie di precetti che stanno a cavallo all’igiene e alla morale e non sempre si riesce a dire dove finisca l’una e cominci l’altra. Questi sono i più vivi, attuati quasi da tutti perché anche quelli che dicono di non crederci, preferiscono praticarli
Tra i tanti rimedi per le varie affezioni cito i più caratteristici; gli altri sono comuni a tutti il popolo dell’Italia meridionale, altri sfuggono: sono rimedi che si trovano di tanto in tanto e molto spesso giungono muovi. Son riferiti per averli intesi ad altri e di comune c’è una formula che serve ad avvalorare il rimedio «questo lo consiglia un pastore degli Abbruzzi».
Le ferite, ulcerazioni, scottature trovano il loro rimedio nella ragna tela o nella polvere di travi di legno o anche nella..., cipolla. Non altro che l’azione c’è da riscontrare in questi’ rimedi:
impediscono che la fasciatura si attacchi alla parte malata e per conseguenza evitano il dolore dello strappamento. Con miglior criterio è l’uso della polvere di travi sugli eczemi umidi; ma prima di questo appena prodottasi la ferita, bisogna versarvi sopra del vino o, in mancanza, urinarvi sopra o intingere la parte nell’urina: una   buona lavata non fa male ‘e per quel po’ di W alcool che contiene. Anche il vino può disinfettare; e l’urina? forse buona anch’essa per ferite alla testata non si richiede il lavaggio diretto!
E l’urina sarebbe buona anche per i geloni e le cefalee ma dev’essere, in questo caso, urina dì neonato.
Per il mal di denti... .si può usare qualunque urina come colluttorio
Non mi consta che sia usata per altre affezioni, si che anche da noi «urinoterapia» va perdendo il suo fasto e le sue virtù antivelenose, detergenti, antistasmiche descritte da Dioscorido, da Galeno, dagli arabi e da tutto il Medioevo e il Rinascimento. E non è ritenuta buona per i reumatismi, le congiuntiviti, lacrimazioni, ascite, clorosi per cui è ancora usata in altre località.
Se per le ferite sono determinate dal morso di un cane, bisogna applicare sopra dei peli dello stesso cane: qui è da chiedersi se è il principio della medicina omiopatica «similia simiibus» o dei moderni vaccini.
Per l’elmintiasi va bene una collana di agli appesi al collo: al valore curativo dell’aglio si aggiunge quel tanto di magico da trasformare l’aglio in collana anziché usarlo più opportunamente come cibo.
Per gli ascessi, flemoni e in genere per tutti i processi infiammatori estrinsecantisi all’esterno, giova la cipolla cotta, le foglie di rovo, crusca bruciata e — caratteristico “ a racca» cioè lo sporco grasso che si forma nei cappelli e «a quagliata» specie di grasso che si estraggono da latte.
Per i foruncoli e la crosta lattea conviene non far niente: sono espressioni di salute: è il pus indovuto nell’organismo che vien fuori ridonando salute e benessere. C’è da pensare all’idea di un ascesso di fissazione? Credo di no. E’ più logico pensare che ogni volta che sono stati toccati, il processo si è esteso per mancanza di antisepsi donde la logica di non toccarli.
Tutta l’ortopedia traumatica trova il suo rimedio nella «stoppata», stoppa intrisa in uovo bianco sbattuto e applicata sulla parte. Indiscutibilmente un ottimo sistema per l’immobilizzazione: immobilizza «la stoppata», dopo alcuni minuti, così come la fasciatura di gesso. Se il processo dura a tempo, allora si ricorre a «Colamaruccio»,: un buon contadino che a qualche esperienza ortopedica ha aggiunto quel tanto di magico con preghiere non rilevabili da formarsi un’autorità indiscussa e una non comune clientela.
Per le affezioni dell’apparato respiratorio numerosi i decotti. Il più comune è quello di malva e camomilla.
Nessuna meraviglia che tanto continui nella medicina popolare.
Strano è piuttosto come la malva che é pur nota alla Scuola salernitana, come ottima nella stitichezza, non si affatto conosciuta qui con tale proprietà. Ma se le virtù di questi decotti è inferiore al male, allora certamente è stata fatta «una fattura». Così molte tubercolosi polmonari lasciano i decotti e inseguono i vari fattucchieri di cui accennerò dopo.
Per le ipoacusie buono il latte di donna e ancor meglio se madre di una femminuccia.
Così al grasso del latte quale solvente del cerume, si aggiunge un pizzico di magia.
E’ la medicina popolare che passa in medicina eroica senza una netta distinzione.
E gli occhi?» si curano col gomito» cioè non si toccano. Si possono prevenirne le malattie passandovi sopra un uovo appena fatto; ma molti vecchi insistono con acqua fatta passare per tre volte sulla pietra turchina: sono in genere vecchi tracomatosi che al persistere del male han superato il gomito o l’uovo e son passati a quel collirio al solfato di rame usato dagli Ebrei cinque secoli prima di Cristo e ancora oggi medicamento primo negli ambulatori antitracomatosi.
Altri schizzano negli occhi il succo di buccia di arancio: l’acido citrico non è poi un disprezzabile astringente.
Quando il male. non si estrinseca all’esterno e la sola ispezione non è più sufficiente alla diagnosi, i rimedi empirici cedono alla magia.
La diagnosi diventa unisintomatica e la diagnosi vien fatta sul sintomo che più tormenta il malato ma anche con i rimedi che tendono alla magia non manca lo sforzo del popolo di coordinare qualche intomo, riferito da altri che han sofferto dello stesso malanno e dalla precedente esperienza fissar prognosi e cura.
Un dato non trascurabile è la progressiva evoluzione di tutta la specie umana. Il primitivo concetto mistico per cui ogni malanno veniva riferito a forze occulte extra e supernaturali va cedendo ad un concetto naturalistico. Ormai molte persone per molte malattie ricercano la forza determinante del male includendo in questa forza eziologica e patogenesi, in fattori maturali, il freddo o il caldo, il lavoro o il riposo prolungati, il cibo nella sua abbondanza o nella sua insufficienza e talvolta nella sua qualità, sono ora spesso ritenute cause di malanni.
I dolori addominali sono comunemente «incantati» da persone a ciò capaci, ma scompaiono anche facendo poggiare sull’addome le mani di un gemello: non è semplice comprendere questa virtù sanatrice dei gemelli, eppure come altre, vene attualmente praticato anche se quasi sempre a questi primi rimedi succedono le purghe ed altri intrugli. La prevenzione dei dolori addominali si può ottenere portando addosso la «veste,, delle serpi. In questa zona non ha che questa virtù la «veste,, delle serpi e rientra benissimo in consuetudine di altre zone col concetto dell’abbondanza (v. Pazzini o. c.).
 
Ma se i dolori sono di minore entità e di carattere cronico, ottimo rimedio è il siero di latte per il qual la Scuola Salernitana diceva «in-cit        atque lavat, penetrat, mundat quoque serum,,.
E’ opinione di molti che l’itterizia sia determinata da. un forte spavento, ma alcuni assicurano che lo spavento non basti per la sua insorgenza. E’ necessario invece urinare sulla cenere nella quale vi sia un chiodo arrugginito quando c’è l’arcobaleno in cielo.
Per questo ogni spiegazione mi sembra troppo ipotetica né quassù esiste qualche tradizione in proposito: é un fatto. Anche per la itterizia la cura consiste nel «farla incantare,,.
Se un bambino non muove i primi passi perché affetto da poliomielite o per ritardo nello sviluppo o per qualunque altra causa, rimedio sovrano é il «vino ferrate,,. Persone esperte, anche non ritenute «fattucchiere,, immergono un ferro rovente nel vino pronunciando salmi e versetti. Questo vino, somministrato a cucchiai ha virtù eccezionali.
Idea del fuoco che scaccia il male o puro rimedio contro il malocchio o entrambi?
Per le verruche basta fare un nodo ad un tamericio senza estirparlo: deve esser fatto ad insaputa della persona che presenta le verruche, e dire per tre volte Tammarice, tammarice (il nome dell’ammalato) u puorre e nun o dice.
Niente di strano per questo se anche la scienza ufficiale non abborre dalla cura psichica per la guarigione delle verruche.
Per i calli va bene il pomodoro: li rende molli e facilmente asportabili.
Per l’enuresi notturna é opportuno mangiare un topo casalingo: perché mai? forse perché non attuando nessuno questa cura non perde il prestigio la medicina popolare
E’ credenza quasi comune che chi nasce a mezzanotte di natale sarà «lupo mannaro». A confermare questa credenza molti vecchi assicurano di averne visti.
Il lupo mannaro all’avvicinarsi della mezzanotte natalizia, e solo in essa, vaga in cerca di acqua emettendo urli da lupo ed uccidendo quei che incontra. Capelli e unghie crescono in modo spaventoso.
Questo stato di licantropia dura otto ore Il male può guarire se qualcuno riesce a pungere il povero malato. durante l’accesso con uno spillo si da fargli uscire tre gocce di sangue; dovrà poi stringergli la mano e dire: da oggi siamo compari.
Con così grave malanno poteva mancare la profilassi? E difficile però stabilire se tutto il male sia stato inventato per fare attuare la profilassi o viceversa. Infatti non bisogna uscire nella notte di Natale ma restare vicin al ceppo acceso. Il lupo mannaro non potrà avvicinarsi perché non può tollerare il fuoco.
Se si è costretti ad uscire bisogna portare una lampada o un tizzone acceso e se questo si spegne occorre rifugiarsi sotto un uscio che abbia almeno due scalini: il lupo mannaro non puo salire. In mancanza di questi bisogna fermarsi ai gradini aspettando il giorno o qualche altro passante munito di tizzone.
Poteva mancare una profilassi contro le serpi quando quassù abbondano? Alcuni credono che i disturbi intestinali dei lattanti siano dovuti al fatto che al seno materno si sia inavvertitamente attaccata una vipera per succhiare il latte durante il sonno. Anche qui esiste «la gente di S. Paolo» e la tradizione degli antichi Marsi e le leggende di S. Paolo si rinnovano con lievi modifiche. Hanno la virtù di chiamare a sé e di prendere impunemente i rettili quei che nascono il 29 giugno e che siano nati in tal giorno è solo dimostrabile dal tremulo della lingua che avrebbe una conformazione diversa (mèrk di S. Paolo).
Ma queste stesse persone non possono pero annullare l’azione del morso di una serpe.
Trapassa così il puro empirismo verso la magia e questa verso un concetto dinamico della natura. Il problema del bene e del male, tolta la parte morale che è nei precetti cristiani rimane nella parte della salute, ad una concezione che ha superato l’animismo per trapassare nel dinamismo.
E l’evoluzione logica del pensiero umano che nel nostro popolo non ha subito, per il suo isolamento, le ascese progressive del genio. E’ insomma l’evoluzione ritardata di ogni popolo e qui diventa evidente dall’analisi dei vari usi.
Ogni essere vivente è minacciato nel suo sviluppo da un’oscura forza maligna che fatalmente agisce se continuamente non è ostacolata da una forza benigna. Il bene non è che la risultante di queste forze.
E’ d’obbligo qui ogni volta che si ammira una qualche cosa che ha rapporti intimi con l’uomo sia questo l’uomo stesso o una pianta o anche un animale o quanto all’uomo serve, dal grano al lievito, della casa al letto, è d’obbligo - dicevo - dire» abbenerico» (Dio benedica). La mancanza anche involontaria, di questa formula, fa prevalere le forze del male: l’uomo si ammala, il lievito non cresce, la casa corre pericoli, ogni cosa è minacciata nel suo bene, viene presa «d’occhio» anche senza l’intenzione di chi ammira. La mamma stessa che guarda estatica il suo bambino non fa a meno di dir ”Dio benedica»,il bambino si ammalerebbe. Morale o medico questo precetto lo attuano ancora tutti: «è un augurio» «e indispensabile» e con queste formule si attua il «non è vero ma ci credo!»
Che fare quando il «malocchio» è venuto?
Si corre da una che sappia fare il «controcchio». Formulando preghiere e con qualche goccia d’olio in un piatto pieno d’acqua, il malocchio è tolto. Ed è sempre per neutralizzare questa forza maligna che dietro le porte mettono un ferro di cavallo e con o senza ferro di cavallo, ornano le porte con le più sontuose corna da bue. «Magia delle punte» dice Paz-zini e a questa bisogna riportare anche la manina che fa le corna, il cornino di corallo o d’oro con cui vengono adornati i bambini, facil preda dei malocchi.
Sono in genere quelle stesse persone che fanno il controcchio che sanno incantare altri malanni: dolori addominali, itterizia, manifestazioni convulsive, ecc. Si servono di vari sogni di             croce e attuano tanto a domicilio e in casa propria senza un ambiente particolare. Si tratta nella maggior parte dei casi di persone senza scrupoli che sfruttano questi pregiudizi paesani perché trovano così una fonte non indifferente di regali.
E ogni tanto ne vien fuori qualcuna la cui fama in brevissimo tempo si propaga nella zona ed a lei corrono i malati tutti. C’è ancora quello al Ponte a sette luci, Carapelle a Calise. La gente va da loro o dal medico indifferentemente. Come può durare la loro fortuna? ottenendo di tanto in tanto una guarigione apparentemente strepitosa: ogni malato in genere e nel meridionale in ispecie, ottenuta la guarigione, non solo crede ma si sforza di far credere che il suo male sia stato gravissimo, unico nella storia dei tempi! Per questi contadini che si adattano a stregoni c’è tutto il vasto campo delle simulazioni (giovani spose desiderose d’abbandonare il lavoro dei campi, ecc.), delle manifestazioni isteriche nel quale hanno maggior su messo che noti il modico che finisce col prescrivere costose medicine. La gente non pensa all’isterismo ma a tante malattie quante sono le manifestazioni di esso: una giovane signora aveva allarmato tutta la parentela per un singhiozzo incoercibile; convinto il medico che trattavasi di simulazione allontanò con una scusa il marito e poi finse di andarsene. Il singhiozzo cessò per ricomparire quando) il medico riapparve. Questa donna praticò inutilmente e cure di dieci medici circa; fu guarita solo dal contadino del Ponte a sette luci. A questi operatori dei bene... si contrappongono quelli del male: le streghe e le ianare.
Le streghe sono di importazione beneventane e nel Valfortore troviamo infatti le stesse credenze in proposito: si riuniscono al sabato sotto un noce di Benevento per le loro danze e per le loro magie, indi a cavallo di una scopa volano dappertutto portandola loro opera malefica. Ci si difende, qui come altrove, mettendo dietro la porta un sacchetto di miglio o la scopa: prima di entrare la strega sarebbe costretta a contare i vari grani di miglio o i tanti fili della scopa e la notte - unico tempo delle loro azioni passerebbe senza poter far male.
Le ianare sono tipicamente locali. Molti lo uniformano alle streghe e attribuiscono ad esse gli stessi poteri. La caratteristica specifica delle ianare il fare fatture. Qui ognuno può diventare janara purché vada per tre volta ai cimitero, a mezzanotte e prenda ogni volta qualche osso, prenderà ancora un altro osso di un bambino morto senza battesimo. Queste ossa devono essere polverizzate. e con riti segreti rivelabili solo da un’altra janara, si è in possesso di virtù malefiche. E’ la polvere di queste ossa che viene gettata addosso alla persona alla quale si vuoi fare la fattura.
Per la virtù malefica della polvere l’individuo che l’ha ricevuta si ammala e il guarirlo é solo in potere delle ianare.
A questa concezione primitiva prettamente locale, si è aggiunta storia delle streghe e le due credenze si sono un po’ fuse. Ora anche alle ianare si attribuisce il potere entrare attraverso il buco della serratura o una qualunque altra fessura. Una volta entrate possono arrecare molteplici danni, ma quasi sempre si limitano a storcere, a deformare cioè le ossa dei bimbi.
E questa concezione magica e di nemica della natura, del bene e del male è ancora rivelabile nella previsione della durata della vita. Si ascolta nei caldi meriggi estivi il canto del cuculo dopo aver detto:
‘cucul e cuculant puozz care rad. donn cant -e s’ n’ vo’ care quant. camp famm sapé,,. (Cuculo, cuculo, possa tu cadere di dove canti; se non vuoi cadere, fammi sapere quanto ho da vivere). Il suo canto dirà il numero degli armi di vita.
All’avvicinarsi della morte c’è un segno di indubbio valore, la civetta apporta la morte dove guarda, mentre apporta bene dove si posa. E la natura che provvede con la civetta alla previsione della morte, poteva non prevedere in vita? poteva non dare alcun segno sull’avvenire di tante ragazze da marito?
E qui come altrove si è ricorso a S. Giovanni. Nella sua festa si versa del piombo fuso in un recipiente con acqua di fiume: ne verrà fuori uno strumento che indicherà il mestiere del futuro marito o qualche altro segno che dirà dell’avvenire della ragazza; ma prima di questo alla sera della vigilia, si mette alla finestra in un bicchiere la chiara d’uovo: al mattino si vedrà in essa un segno del futuro di chi l’ha messa. Se poi l’avvenire è già speranza e si vuole solo la conferma alla realizzazione di ciò, sipianta alla sera della vigilia di San Giovanni il fiore di un cardo che abbia una grande chierica (corolla a corona) dopo averne bruciato i petali: questi cresceranno durante la notte, il meglio si avvererà, altrimenti sarà il contrario.
In tema di previsioni, oltre ai preti, ai monaci, ai 13, ai 17, c’è l’olio che porta la sfortuna se si versa per terra al contrario del vino, e lo specchio che rompendosi annunzia disgrazie. Bisogna stare attenti a non procurarsele queste disgrazie; la sapienza popolare insegna che «di Venere e di Marte (venerdì e martedì) - non si sposa e non si parte - né s’inizia opera d’arte,,. Piccole cose alle quali molti giurano di non credere e vi giuriamo sovrapponendo alternativamente gli indici e i medi delle due mani mentre le altre dita stanno chiuse; a confermare il giuramento infilano pure l’indice di una mano nello spazio del pollice e dell’indice di una mano uniti per le estremità (se non fosse vero accecherebbero gli occhi a Santa Lucia). Se ancora non bastasse son capaci di scunucchià, di sollevare cioè il piede di San Michele dal dorso del demonio, mettendo a posto il dito medio sovrapposto all’indice della stessa mano.
Di sera non bisogna specchiarsi! Ma le signorine preferiscono ridere su questo precetto. Più giusto. più opportuno é il non spazzar di sera: si scaccerebbero i morti dalla casa!
Così, con questi precetti empirici e magici, e talvolta coi consigli del medico, si provvede alla salute.
A sostenere il malato, con o senza fiducia in queste forze naturali ed extranaturali, c’è la fede nella bontà dei Santi.
Qui come altrove è sempre un Santo che ha guarito l’ammalato e al Santo protettore si offrono alla fine preghiere e messe, talvolta la parte malata riprodotta in argento o se la guarigione è stata più portentosa, un bei quadro riproducente il malato sarà affisso nella Chiesa del Santo con le famose sigle «Per grazia ricevuta....
Al ventesimo secolo questo stato di cose non tende a diminuire. Molte le cause: la lontananza dai centri, la mancanza di comunicazioni, l’analfabetismo, la poca fiducia nella medicina, ma innanzitutto, causa prima di questo stato di cose é la miseria. Chi, e sono i più, non può mangiare neppure il pane di grano e dove contentarsi del pane di granone, non ha denaro per il medico. E quanto anche l’avrà racimolato, quando avrà venduto qualcosa per pagare una visita, non avrà il denaro per comprare i medicinali.
«Dottore - mi fu detto da una mamma - guarisci mio figlio; se può guarire mi faccia la ricetta, venderò tutto per salvarlo; ma se non c’è qualche speranza, non prescriva nulla, toglierebbe il pane agli altri miei figli.